Non pensiate che il saputo sia innocente.
Lui beve da una fonte d'acqua fresca e non si disseta.
Vorrebbe morire sazio, senza nutrirsi di nulla.
Perché addolcire la sua sorte con una riduzione della pena? Il saputo non accetta una parsimoniosa punizione.
Non ha paura delle ombre, non ha paura del vento, non ha paura di camminare controluce. Dovrebbe bandire la sua curiosità, quella nociva.
Il saputo in realtà non sa.
Se la Venere di Botticelli fosse stata magra, il saputo l'avrebbe amata.
Se l'Uomo Vitruviano fosse stato grasso, il saputo ci avrebbe costruito un'ellisse. Il saputo non vuole uscire dal cerchio.
Quel cerchio forse nasconde delle imperfezioni, Dan Brown ci troverebbe nuove corrispondenze, nuovi indizi che celano un enigma irrisolto. Fino a scrivere un nuovo best seller sul nuovo canone delle proporzioni umane.
Ma il saputo non ama le scienze esoteriche, non crede che il metallo possa diventare oro.
L'audacia del saputo si limita a spolverare vecchie pellicole, vecchi film in bianco e nero. Meglio ancora se solo con i sottotitoli. Non per omaggiare la sacralità del silenzio ma per non spezzare l'aura che si è creato. Perché tutto quello che ha se lo è creato. Il suo sorriso mai benevolo, la sua camicia inamidata, il suo non aver amato mai.
Il saputo è diventato il suo stesso sguardo.
È l'emblema della virtù che si perde in un'orgia di allusioni.
È il protagonista che muore durante il primo tempo del film.
Il finale è ancora da scrivere, la sceneggiatura è incompiuta. Ora vorrebbe essere il direttore della fotografia. Storaro sorriderebbe.
Il saputo in realtà non sa.
E come una comparsa non ci ricorderemo di lui.
domenica 23 luglio 2006
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