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Abel Ferrara: il napoletano del Bronx

di Elena Serrano

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Abel Ferrara: il napoletano del Bronx

Antico e mai risolto dilemma di psicologi infantili e intellettuali del settore: cosa influenza di più il carattere di un uomo, l'ambiente in cui cresce o l'educazione che ha respirato? I luoghi dove vive o le persone con cui entra in contatto? L'esempio di Abel Ferrara, uno dei più eclettici e inclassificabili cineasti americani contemporanei, può essere d'aiuto. Il regista è nato nel Bronx a New York, il quartiere dell'assenza di regole al confine con la città all'avanguardia per le leggi. Ma Abel Ferrara è anche il risultato di un'altra cultura, arrivata da molto lontano. Un viaggio per scappare da Sarno, cittadina che il nonno paterno, Esposito (cognome poi cambiato per gli echi troppo meridionali), ha lasciato per cercare fortuna oltreoceano. Origini napoletane dunque, terra di pazzie geniali. Destinazione: il Bronx, con tutta la sua violenza e disperazione. Un padre allibratore spesso ricercato per le scommesse clandestine completa il quadro. Da qui si parte per parlare del regista che porta sul grande schermo i luoghi degradati dell'infanzia, le storie estreme che disturbano lo spettatore.

Con i film di Ferrara si scandaglia la sessuofobia ("Paura su Manhattan"), ci si immerge nel mondo del male, del destino e della libera scelta ("Fratelli"), si aprono gli occhi sugli orrori delle "Cronache metropolitane". La sua New York è molto diversa da quella descritta da Woody Allen con le sue immagini patinate. "Che altro c'è oltre al Bene e al Male se vuoi fare del cinema?", ha dichiarato Ferrara. Tutto viene esplorato, il racconto è scabroso, è la realtà del mondo che viviamo, e allo spettatore non viene risparmiato nulla perché "è impossibile separare il cinema dalla vita". E non si risparmia nulla nemmeno agli attori che devono perdere il senso della realtà per immergersi nel ruolo. "Se l'uomo avesse un'altra vita, costringerebbe i propri attori a spenderla, a consumarla davanti alla cinecamera", è stato detto di lui. Fu il padre a dargli le armi del mestiere: gli insegnò che "l'unica scommessa che puoi vincere è quella con te stesso". Così Abel va sempre avanti, arrangiandosi quando gira un film senza una lira. Fu poi il caso a regalargli i compagni di lavoro (ha conosciuto Nicholas St. John, il suo sceneggiatore storico, nei corridoi di scuola). Concepisce "l'arte come crudeltà"; pensa che un film debba essere spietato per essere vivo. Eppure, come rispose una volta a Martin Scorsese che stava disputando sulla sorte del cinema come arte, non sa neanche cosa sia un'opera d'arte. Tornando all'antico dilemma, l'educazione, l'ambiente, le esperienze appartengono alla vita di ognuno. Solo chi riesce a vivere tutto per raccontarlo, però, è un artista.

venerdì 27 giugno 2008

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