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Anna Magnani: cent'anni inimitabili

di Elena Serrano

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Anna Magnani: cent'anni inimitabili

Il centenario di questa magnifica icona del nostro cinema. Figura chiave del neorealismo italiano, antidiva per eccellenza, interpretò con stile inimitabile il personaggio della popolana focosa e sboccata ma allo stesso tempo sensibile e generosa, incarnazione dei valori genuini dell'Italia minore.
Anna Magnani è il simbolo della donna italiana e della sua crescita perché le sue interpretazioni sono indissolubili dalla storia di quei tempi. Il personaggio della Sora Pina in "Roma città aperta" è ispirato alla figura vera di una popolana romana di nome Teresa Gullace, una dei tanti martiri dei nove mesi di occupazione nazi-fascista della capitale. Così come quasi tutti gli altri personaggi dei suoi film rispecchiano episodi reali di cronaca. Quello del dopoguerra è il cinema della ricostruzione e di quel riscatto nazionale che negli stessi mesi i partigiani stanno conquistando con le armi in pugno. Un cinema che, secondo alcuni critici, è addirittura responsabile dell'accoglienza un po' meno severa di quella riservata a Germania e Giappone, che il nostro paese sconfitto incontra al tavolo delle trattative di pace. E la Magnani, con le sue interpretazioni, rappresenta proprio la redenzione di un popolo attraverso le sue grandi qualità umane e morali.

Ma le cose che più affascinano di Anna Magnani sono la capacità e il coraggio tutto femminile di non distinguere mestiere ed emozioni private, qualità che spesso un mondo maschile e maschilista giudica come emotività eccessiva. Come se l'attrice e la donna fossero fatte della stessa passione, quasi un'attrice senza personaggio. Donna prima di tutto. La sua smisurata carica umana talvolta sfociava in sanguigne manifestazioni di rabbia o di affetto, che la distinguevano, oltre che come inarrivabile interprete, come donna forte e sensibile, anche se profondamente tormentata. I suoi film parlano anche di lei: dei suoi amori (drammatici, esclusivi, travolgenti), dei suoi dolori laceranti, delle sue gioie sfrenate, della sua voglia di giocare e del suo drammatico disincanto (in "Roma città aperta" la scena più famosa che diverrà icona mondiale nasce anche sotto quel segno ispiratore dei suoi leggendari abbandoni alla gelosia e alla collera, stessi sentimenti che riserverà a Rossellini).

Una tigre, una leonessa che neanche Hollywood riuscì a domare perché diventare una star del cinema americano avrebbe comportato una disciplina che l'attrice non si sentiva di affrontare. Studiare l'inglese come si deve, prendere molti aerei, adeguarsi alle scelte della casa di produzione, e via dicendo. Per fare simili violenze al suo carattere ci voleva un'ambizione che Anna non possedeva.
L'ultima immagine che di lei ci lascia il cinema è in "Roma" di Fellini, pedinata dal regista e dalla sua macchina da presa per i vicoli notturni del centro della capitale. Anna si prende gioco di lui e ridendo gli chiude il portone in faccia. Perché non si fida.

venerdì 7 marzo 2008

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