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Ferzan Ozpetek: la finestra di fronte non è sul cortile

di Padre Manolo

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Ferzan Ozpetek: la finestra di fronte non è sul cortile

A Ferzan Ozpetek non puoi domandargli se è gay oppure no.
Con un regista come lui, davvero l'identità di genere e sessuale passano in secondo piano. Si nascondono nei suoi occhi neri.
Occhi che sono come la finestra del suo film. Non claustrofobici. Chiusi sul cortile. Ma aperti sul mondo.
Nel suo stile, nelle sue storie ci sono emozioni e memorie catartiche, nuove ipotesi di futuro, professionale e umano.

Il suo pubblico sono quelle "fate ignoranti", quei "polli", quelle "finestre" spalancate. Siamo esseri umani, animali, oggetti. Alla ricerca di realtà, proprio come Ozpetek. Partiamo dalla sceneggiatura della nostra vita e proseguiamo sul set con gli attori.

Ozpetek ha lavorato molto sul personaggio di Raoul Bova in La finestra di fronte. Dato che interpreta un normalissimo bancario, ha imposto un paio di occhiali, per mettere un impedimento alla sua bellezza e renderlo più raggiungibile, più anonimo, meno appetibile (sia agli uomini che alle donne). Sensibilità omo? "Non direi", risponde il regista alla provocazione. "Anche a Giovanna Mezzogiorno, che già possiede un'intensità espressiva naturale, ho chiesto di recitare il meno possibile e le ho tolto persino alcune battute, perché fossero il suo sguardo e i suoi gesti a parlare".

Ciò che più colpisce de La finestra di fronte sono le parole che circolano in quel frammento di cinema classico. Per non accontentarsi di sopravvivere, ma pretendere di vivere in un mondo migliore. Anche se quelli che ce lo lasciano in eredità, non ce l'hanno fatta.
Tuttavia, può bastare una lettera, scritta con tutta l'anima, da Ozpetek, da un attore, da chiunque, per farci credere che sia ancora possibile.

"Mio caro Simone,
dopo di te il rosso non è più rosso,
l'azzurro del cielo non è più azzurro,
gli alberi non sono più verdi.
Dopo di te, devo cercare i colori dentro la nostalgia che ho di noi.
Dopo di te, rimpiango persino il dolore che ci faceva timidi e clandestini.
Rimpiango le attese,
le rinunce,
i messaggi cifrati,
i nostri sguardi rubati
in mezzo a un mondo di ciechi
che non volevano vedere;
perché se avessero visto
saremmo stati la loro vergogna,
il loro odio,
la loro crudeltà.
Rimpiango di non aver avuto ancora il coraggio di chiederti perdono.
Per questo non posso più nemmeno guardare dentro la tua finestra.
Era lì che ti vedevo sempre,
quando ancora non sapevo il tuo nome
e tu sognavi un mondo migliore
in cui non si può proibire
ad un albero di essere albero
e all'azzurro di diventare cielo.
Non so se questo mondo è migliore
ora che nessuno mi chiama più Davide
ora che mi sento chiamare soltanto signor Veroli.
Come posso dire che questo è un mondo migliore?
Come posso dirlo
senza di te?"

giovedì 23 novembre 2006

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