Red CarpetGiulio Andreotti: il buco nero
di Elena Serrano
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La prima cosa da chiarire è come un senatore a vita possa rientrare in una rubrica che usualmente narra di celebrities hollywoodiane e vip di casa nostra. In effetti di cose da chiarire sulla figura di Giulio Andreotti ce ne sarebbero davvero tante, ma cominciamo con ordine. Il divo Giulio merita eccome di camminare (a testa alta?) sul tappeto rosso. Lo merita in quanto figura sempre al centro dell'avvenimento (storico, massonico, mafiogeno, bellico, di costume) e uomo che ha praticamente dominato la scena politica degli ultimi cinquant'anni. Sette volte Presidente del Consiglio, otto volte Ministro della Difesa, cinque volte Ministro degli Esteri, due volte delle Finanze, del Bilancio e dell'Industria, una volta Ministro del Tesoro e una Ministro dell'Interno. Sempre in Parlamento dal 1945 ad oggi. Firma la scelta dell'inno di Mameli come inno nazionale e la revisione dell'ordine delle precedenze, mantenendo ai cardinali di Santa Romana Chiesa la massima posizione dopo il Capo dello Stato. E intanto si muove leggero tra i tantissimi morti di quegli anni: Moro, Dalla Chiesa, Ambrosoli, Falcone, Sindona, Lima. Spalle strette e schiena curva, Andreotti sembra aver visto tutto ed essere passato indenne attraverso tutto. Salvo poi cadere sulla sentenza di appello che, il 2 maggio 2003, lo decreta colpevole del "reato di partecipazione all'associazione per delinquere" (Cosa Nostra). Un reato però estinto per prescrizione. Si parla di "una autentica, stabile ed amichevole disponibilità dell'imputato verso i mafiosi". Qualsiasi altro ne sarebbe uscito distrutto, con una dignità cancellata. E invece le sentenze definitive gli hanno restituito l'onorabilità e una certa stampa ha finito per dipingerlo come un perseguitato politico. E fu così che la stragrande maggioranza dei cittadini ancora oggi pensa che Andreotti sia stato prosciolto. Le 1.500 pagine di sentenza di corte d'appello che raccontano di incontri coi mafiosi e discussioni su fatti gravissimi sono state dimenticate, perché mai raccontate da una stampa che ha spesso assecondato la regola degli "intoccabili". Andreotti rimarrà il buco nero della storia italiana, forse davvero "scopriremo qualcosa solo quando gli toglieranno la scatola nera dalla gobba", come disse Beppe Grillo. Sicuramente rimarrà una figura che il Paese non ha ancora metabolizzato, su cui gli italiani avrebbero ancora molto da riflettere. Oggi è Paolo Sorrentino, con il suo film Il Divo, a ricordare a tutti che la mafia non è solo associazioni di gangster, ma sono gangster che godono di coperture, complicità e protezioni politiche. Spinoza diceva che il potere (quello che logora) ha sempre bisogno che la gente sia affetta da tristezza. E da ignoranza, bisognerebbe aggiungere. mercoledì 4 giugno 2008 Ogni autore è pienamente responsabile del contenuto delle sue opere. |
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