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Luciano Vincenzoni: una vita da sceneggiatore

di Elena Serrano

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Luciano Vincenzoni: una vita da sceneggiatore

C'era una volta il cinema. E c'erano una volta le storie fantastiche di chi faceva cinema. Vite magiche, fatte di aneddoti incredibili, occasioni mai sperate e incontri stimolanti. Cornice: la Roma della "dolce vita", città dal fascino incredibile che "emanava un odore tale che non avresti mai voluto andare a letto". Del resto, camminando per via Veneto capitava di incontrare Hemingway, Tennessee Williams, Flaiano, Longanesi e Montale. Era il centro di tutto e Luciano Vincenzoni, raccontatore per lavoro, è testimone di quel mondo. Il mestiere di quelli che da dietro una macchina da scrivere mettono insieme le storie che poi andremo a goderci sullo schermo. Uno sceneggiatore, insomma. E così Luciano Vincenzoni, il cui lavoro sta dietro a film straordinari come "La grande guerra", "Sedotta e abbandonata", "Il buono, il brutto e il cattivo" è, per il grande pubblico, un perfetto sconosciuto. Angelo custode di Sergio Leone, proficuo collaboratore di Pietro Germi. Lavora con Billy Wilder, conosce Jack Kerouac e Charles Bukowski.

Aiutato da tanta audacia, Vincenzoni diventa uomo di successo dalla vita piena di episodi surreali. Come quando non mangia da tre giorni e rimane con le ultime mille lire in tasca. Doveva scegliere: o sfamarsi o prendere un taxi per andare da Dino De Laurentiis che neanche conosceva. Prende il taxi e, quando il tassametro scatta oltre le mille lire, scende e dice al tassista di aspettare. Quando entra nell'ufficio De Laurentiis vorrebbe chiamare la polizia ma poi si convince a dargli una chance: un quarto d'ora. Vincenzoni parla, per due ore, delle sue storie e nasce così la sua carriera. E ancora: lavorare con Pietro Germi era impegnativo, niente doveva essere lasciato all'improvvisazione. "Germi, alle otto di mattina si presentava a casa mia pronto per lavorare. E staccava soltanto alle otto di sera. Io, all'epoca, avevo una 'fiamma' a Forte dei Marmi. Prendevo la mia Maserati, e correvo fino in Versilia dove arrivavo verso le undici. Passata la serata, alle cinque, il percorso inverso. Germi mi buttava giù dal letto dove mi ero infilato appena dieci minuti prima". Un trevigiano di ottantadue anni che racconta di quando il cinema era un mestiere italiano, "si faceva cinema, non il cinema di Verdone. D'altra parte una volta c'erano Totò e Sordi, oggi c'è Panariello".

domenica 4 maggio 2008

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