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Tim Roth: bastardo dentro

di Elena Serrano

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Tim Roth: bastardo dentro

"Caro signor Coppola, amo i suoi film. Semmai le servisse un attore britannico, sono il suo uomo. Nella busta c'è anche una mia foto". Queste le poche righe della lettera che Tim Roth, sedicenne, spedì al regista con cui sognava di lavorare. Un sogno che diverrà realtà molti anni dopo, quando i due si incontrano e decidono di lavorare insieme in Un'altra giovinezza. "Non butto via mai niente", disse il maestro Coppola tirando fuori la lettera da un cassetto. Oggi Tim Roth è un attore dal talento indiscusso e dalla personalità tagliente. Imperturbabile e seducente, il carattere che si legge nella carne: un fisico minuto e nervoso, lo scatto nei movimenti. Una faccia scarna, essenziale come la sua recitazione, i lineamenti irregolari, espressioni di ironia e di crudeltà assieme. Un'infanzia nella middle class inglese ma un'indole impulsiva e selvaggia che non poteva non esprimere recitando. La prestigiosa scuola privata sognata dai genitori alla quale però Tim, ormai un adolescente punk londinese, sfugge per una più popolare scuola pubblica frequentata da figli di operai. Un incubo per un ragazzino magro e abituato ai salotti familiari. Bullismo, violenze, vessazioni. Poi il suo esordio, a sedici anni, quasi per scherzo, partecipando all'audizione per uno spettacolo della scuola. Nel ruolo di Dracula, al debutto si bagnò i pantaloni per la paura, ma sul palco eccelse. Skinhead prima, omosessuale poi, nei suoi lavori di esordio (la fiction televisiva anglosassone "Made in Britain", il telefilm "Not Necessarily the News").

Poi Tim Roth affronta le crisi profonde dell'uomo, "il tentativo di carriera oltreoceano e un ritorno in patria, un matrimonio e un divorzio con l'italiana newyorkese Lori Baker, la nascita del primo figlio, Jack Ernest". Poi la svolta e la fama mondiale che arriva, inaspettata, con "Le iene" di Quentin Tarantino. Il primo incontro tra l'attore e il regista è da consegnare ai posteri come leggenda. Tim Roth rifiuta cocciutamente provini e letture del copione "perché in queste cose faccio schifo", salvo incontrare Tarantino in un bar e perdersi con lui in discussioni ad altissima gradazione alcolica. "Quentin si è messo a scrivere pezzi di sceneggiatura sulla lavagnetta delle ordinazioni, e io a leggerli. Ho un ricordo vago di com'è andata la serata, ma il giorno dopo ero il poliziotto infiltrato Mister Orange".

Per sua stessa ammissione Tim adora i perfidi, gli antagonisti. "Non ho la fisicità del principe azzurro, vengo dal teatro shakespeariano dove i villains si ritagliano i ruoli più interessanti", ed eccolo allora assetato di sangue e adrenalina in L'incredibile Hulk e, questa volta nel ruolo di buon padre di famiglia, in Funny Games (sito: www.multiplayer.it/funnygames), il remake statunitense dell'omonimo film austriaco di Michael Haneke. Un film dove violenza e cattiveria sono tangibili ed estreme, ancorate alla realtà e per nulla edulcorate dalla finzione dello schermo. Un titolo apparentemente leggero, ma che nasconde una trama che stuzzica la memoria di chi tanto ha amato "Arancia meccanica" di 27 anni fa. Atmosfere soffocanti e tese nell'ambiente normal borghese dove l'incubo ha il volto che non ti aspetti e bussa alla porta con sofisticati guanti bianchi. Un thriller sadico ma senza effetti splatter che non denuncia la violenza ma addita noi, spettatori passivi della violenza di ogni giorno. Un film perfettamente calato sull'anima del punk adolescente, dark per vocazione: "adoro il lato oscuro e inquietante della vita, c'è qualcosa in questo che mi spaventa e mi affascina insieme".

sabato 21 giugno 2008

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