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Feast from Far East: il selvaggio cinema orientale

Il Cinema Erotico Orientale: una questione di sesso senza sesso

di Andrea Candelora

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Come la morte, l'amore si vive e non si rappresenta - non è senza ragione che lo si chiama piccola morte - o almeno non lo si rappresenta senza violazione della sua natura. Questa violazione si chiama oscenità.
(Andrè Bazin)

Chissà che direbbe oggi Bazin, fondatore dei prestigiosissimi "Cahiers du Cinèma" e padre teorico-spirituale dei registi della "Nouvelle Vague", a distanza di mezzo secolo dalla sua perentoria affermazione riguardo all'erotismo al cinema.
Nell'attuale panorama cinematografico infatti, non solo il mercato pornografico si è vertiginosamente espanso grazie alla diffusione video e all'avvento di Internet, ma persino il filone intellettual-festivaliero esibisce sempre più a bella posta, direi quasi con ostentata fierezza, inserti "hard" nelle proprie maglie narrative; si pensi al recentissimo Battaglia nel Cielo del messicano Carlos Reygadas, ai film di Bruno Dumont, ad Intimacy di Patrick Cherau, ai film di Cathrine Breillat solo per fare qualche esempio, ma si potrebbe continuare a lungo.
Il critico e teorico francese troverebbe ampiamente disattesa la sua argomentazione e dovrebbe fare i conti con l'affermazione, la diffusione e l'infiltrazione, in contesti altri, di un genere in cui il film perde il suo statuto di veicolo di un racconto e diviene semplice concatenazione di atti sessuali di ogni tipo legati da un assai labile filo narrativo; dove pertanto è il corpo, più specificamente l'organo sessuale, il solo e unico protagonista e il dettaglio costituisce l'inquadratura preferita e ricorrente.

Fatta una simile premessa, chissà ancora la sorpresa del nostro nello scoprire successivamente che le cinematografie dell'estremo oriente sembrano ottemperare - anche se su basi culturali ben diverse (Bazin era cattolico) - al suo stesso principio, secondo il quale "il cinema può dire tutto ma non mostrare tutto".
Vale a dire che in paesi come Hong Kong, Giappone, Corea, vigono veri e propri sistemi di interdizione all'hard, che proibiscono la rappresentazione di una parte del visibile, rimandando così, in un singolare cortocircuito culturale, al baziniano concetto di oscenità.

Nell'ex colonia britannica esiste un sistema censorio basato su tre gruppi di classificazione: Categoria I (film per tutti), Categoria II (divieto ai bambini), Categoria III (divieto ai minori di 18 anni).
Naturalmente è in quest'ultimo gruppo che il gusto per l'eccesso, così tipico del cinema popolare hongkonghese, ha trovato pieno sfogo e, soprattutto attraverso singolari ibridazioni tra il genere erotico e altri generi, ha dato appunto vita ad una lunga serie di film di serie B, dalle poche pretese ma di un certo impatto, di cui anche lo spettatore italiano si è potuto fare un'idea grazie al Sex and Zen di Michael Mak distribuito alcuni anni fa.
In questa pellicola (che beninteso è poco più di una sciocchezza), dove un giovane per assecondare le sue voglie sfrenate si fa trapiantare il membro di un cavallo, una ragazza deve subire l'impeto sessuale del marito iperdotato e una cortigiana impara a scrivere ideogrammi infilandosi un pennello nella vagina, ciò che colpisce - e tutto sommato diverte - è l'esagerazione di una messa in scena che è tanto più creativa quanto più si trova a dover sviluppare tutta una serie di stratagemmi visivi per aggirare l'ostacolo dell'interdizione; ecco allora comparire, tra improbabili acrobazie erotiche, protesi che spuntano sotto i veli, ombre di superdotati e via dicendo.

È il tono farsesco dunque che spesso caratterizza tali produzioni, le quali, contaminandosi in molti casi con l'horror-fantasy e le arti marziali, non mancano di presentare una varietà di situazioni estreme in cui personaggi umani interagiscono con fantasmi seducenti, creature straordinarie e demoni dalle caratterizzazioni fisico-sessuali assai inventive e dove gli uni e (con) gli altri sono protagonisti in ugual misura di furibondi accoppiamenti e di selvaggi combattimenti, a volte persino coreografati allo stesso modo.

Passando al Giappone, ci troviamo in un contesto che presenta proprie peculiarità, con un filone cinematografico specificamente autoctono - senza equivalenti in Occidente - che riveste un ruolo importante all'interno della produzione cinematografica del paese e che va sotto il nome di pink eiga (film rosa).
I pink eiga sono film a basso costo realizzati da piccole compagnie di produzione, della durata tipica di un'ora, contenenti un certo numero di scene di sesso. Siccome anche qui è vietata la distribuzione e l'esposizione di rappresentazioni oscene, tali scene sono girate in modo che si capisca bene ciò che accade sullo schermo, ma non sia visibile in modo esplicito; così facendo i pink eiga non oltrepassano mai la soglia della pornografia hardcore.

Come ad Hong Kong, ma in una maniera ben più raffinata ed elegante, i registi di queste pellicole ricorrono infatti ad una descrizione indiretta, sviluppando un creativo vocabolario di allusioni e omissioni che caratterizzano il genere. Gli organi genitali e i peli pubici vengono così sapientemente evitati attraverso accorte angolazioni della macchina da presa oppure sono nascosti dagli oggetti o, altre volte ancora, risultano irriconoscibili mediante "sfumature".
È proprio in ragione di questa libertà di stile che i pink eiga costituiscono, sin dalla loro origine nei primi anni Sessanta, un importante luogo di sperimentazione per registi e sceneggiatori emergenti, alcuni dei quali poi, affinati talento e abilità, sono diventati autori a tutto tondo, persino di fama internazionale; si pensi per il passato a Wakamatsu Koji, artefice di un cinema d'avanguardia e rivoluzionario sviluppatosi sempre dentro le coordinate del pink eiga e, venendo invece al presente, a Kurosawa Kiyoshi, che, dopo un primo apprendistato, si è affrancato dal genere intraprendendo altre strade, tra cui quella di un horror sui generis dalla cifra stilistica assai personale, giungendo non di rado ad esiti sorprendenti.

A livello di contenuti è subito evidente un'altra differenza tra i pink eiga e le pellicole erotiche hongkonghesi classificate Categoria III.
Se queste ultime sono infatti caratterizzate da storie in cui il sesso il più delle volte è trattato secondo dettami improntati alla farsa e/o all'esagerazione e dove gioca un ruolo importante la contaminazione tra generi fortemente connotati come l'horror, il fantasy e il thriller, nei pink eiga l'eros è spesso declinato in tutt'altri registri che spaziano da un umorismo intessuto di dialoghi brillanti e divertenti ad un realismo che offre spunti per considerazioni esistenziali e ritratti generazionali.

Il sesso pertanto non sempre è l'argomento principale, ma può costituire semplicemente un elemento narrativo tra gli altri, senza essere fine a se stesso. Ciò emerge soprattutto nell'opera di registi attivi negli ultimi quindici-vent'anni, i quali, girando film molto personali ed inventivi, utilizzano la tematica erotico-sessuale come sonda per esplorare le più svariate situazioni di vita quotidiana della gente comune, come strumento di critica sociale e perfino come chiave d'accesso a questioni di natura filosofica.

Naturalmente in Occidente questo tipo di produzione nipponica ha riscosso assai più credito in termini di interesse culturale e intellettuale rispetto a quella corrispettiva hongkonghese. Tant'è vero che ai pink eiga e ai loro autori sono state dedicate rassegne in importanti festival europei quali Rotterdam (1995), Vienna (1995), e, più recentemente (2001), Udine e Pesaro; mentre le pellicole "tutte eccessi" dell'ex colonia britannica sono state spesso relegate al rango di (s)cult movies di mezzanotte, guilty pleasures di cinefili amanti dell'estremo e del bizzarro, intenti a scambiarsi tra loro questi sollazzevoli oggetti non identificati in copie su nastro di alquanto dubbia qualità.
Ma è proprio nel terreno dell'estremo che è germogliato e prosperato un sottogenere sovranazionale che funge da ponte tra le due cinematografie, nonché tra Oriente e Occidente. Esso è denominato Rape & Revenge e prosegue, in questo caso su suolo asiatico, la tradizione sanguinaria - a base di stupri e conseguenti vendette - di capostipiti occidentali quali L'Ultima Casa a Sinistra e I Spit On Your Grave, portandola a inedite punte di violenza ed efferatezza che bilanciano il "vorrei ma non posso" in materia di sesso.
Esemplificativi in proposito sono la serie honkonghese Raped by an Angel, che vede protagonista assoluta la figura dello stupratore seriale e i film "autoriali" del giapponese Ishii Takashi (il dittico Black Angel e il feroce Freeze me).

Riguardo alla produzione erotica coreana infine, si ha l'impressione (ma la documentazione personale si fa qui più limitata) che forte è l'influenza giapponese dal punto di vista formale e di contenuto e che la sua tipologia narrativa fluttui sostanzialmente tra due registri realistici di marca opposta: da una parte la commedia sentimentale dolce-amara - esemplificata da Green Chair di Park Chul-soo, che ha per soggetto l'amore, tenero e sovversivo allo stesso tempo, tra una trentenne e un liceale - e dall'altra il dramma a tinte forti, ben rappresentato da film come Happy End di Jung Ji-woo e La Moglie dell'Avvocato di Im Sang-soo, storie in cui le dinamiche familiari e di coppia sono scardinate tragicamente dall'intrusione di eros e thanatos.

mercoledì 5 aprile 2006

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