Feast from Far East: il selvaggio cinema orientaleIl Cinema Erotico Orientale: una questione di sesso senza sesso
di Andrea Candelora
stampa l'articolo - invia ad un amico Come la morte, l'amore si vive e non si rappresenta - non è
senza ragione che lo si chiama piccola morte - o almeno non lo si rappresenta
senza violazione della sua natura. Questa violazione si chiama oscenità. Chissà che direbbe oggi Bazin, fondatore dei prestigiosissimi "Cahiers
du Cinèma" e padre teorico-spirituale dei registi della "Nouvelle
Vague", a distanza di mezzo secolo dalla sua perentoria affermazione riguardo
all'erotismo al cinema. Fatta una simile premessa, chissà ancora la sorpresa del nostro nello
scoprire successivamente che le cinematografie dell'estremo oriente sembrano
ottemperare - anche se su basi culturali ben diverse (Bazin era cattolico)
- al suo stesso principio, secondo il quale "il cinema può
dire tutto ma non mostrare tutto". Nell'ex colonia britannica esiste un sistema censorio basato su tre gruppi
di classificazione: Categoria I (film per tutti), Categoria II (divieto ai bambini),
Categoria III (divieto ai minori di 18 anni). È il tono farsesco dunque che spesso caratterizza tali produzioni, le quali, contaminandosi in molti casi con l'horror-fantasy e le arti marziali, non mancano di presentare una varietà di situazioni estreme in cui personaggi umani interagiscono con fantasmi seducenti, creature straordinarie e demoni dalle caratterizzazioni fisico-sessuali assai inventive e dove gli uni e (con) gli altri sono protagonisti in ugual misura di furibondi accoppiamenti e di selvaggi combattimenti, a volte persino coreografati allo stesso modo. Passando al Giappone, ci troviamo in un contesto che presenta proprie peculiarità,
con un filone cinematografico specificamente autoctono - senza equivalenti
in Occidente - che riveste un ruolo importante all'interno della
produzione cinematografica del paese e che va sotto il nome di pink eiga (film
rosa). Come ad Hong Kong, ma in una maniera ben più raffinata ed elegante,
i registi di queste pellicole ricorrono infatti ad una descrizione indiretta,
sviluppando un creativo vocabolario di allusioni e omissioni che caratterizzano
il genere. Gli organi genitali e i peli pubici vengono così sapientemente
evitati attraverso accorte angolazioni della macchina da presa oppure sono nascosti
dagli oggetti o, altre volte ancora, risultano irriconoscibili mediante "sfumature". A livello di contenuti è subito evidente un'altra differenza tra
i pink eiga e le pellicole erotiche hongkonghesi classificate Categoria III. Il sesso pertanto non sempre è l'argomento principale, ma può costituire semplicemente un elemento narrativo tra gli altri, senza essere fine a se stesso. Ciò emerge soprattutto nell'opera di registi attivi negli ultimi quindici-vent'anni, i quali, girando film molto personali ed inventivi, utilizzano la tematica erotico-sessuale come sonda per esplorare le più svariate situazioni di vita quotidiana della gente comune, come strumento di critica sociale e perfino come chiave d'accesso a questioni di natura filosofica. Naturalmente in Occidente questo tipo di produzione nipponica ha riscosso assai
più credito in termini di interesse culturale e intellettuale rispetto
a quella corrispettiva hongkonghese. Tant'è vero che ai pink eiga
e ai loro autori sono state dedicate rassegne in importanti festival europei
quali Rotterdam (1995), Vienna (1995), e, più recentemente (2001), Udine
e Pesaro; mentre le pellicole "tutte eccessi" dell'ex colonia
britannica sono state spesso relegate al rango di (s)cult movies di mezzanotte,
guilty pleasures di cinefili amanti dell'estremo e del bizzarro, intenti
a scambiarsi tra loro questi sollazzevoli oggetti non identificati in copie
su nastro di alquanto dubbia qualità. Riguardo alla produzione erotica coreana infine, si ha l'impressione (ma la documentazione personale si fa qui più limitata) che forte è l'influenza giapponese dal punto di vista formale e di contenuto e che la sua tipologia narrativa fluttui sostanzialmente tra due registri realistici di marca opposta: da una parte la commedia sentimentale dolce-amara - esemplificata da Green Chair di Park Chul-soo, che ha per soggetto l'amore, tenero e sovversivo allo stesso tempo, tra una trentenne e un liceale - e dall'altra il dramma a tinte forti, ben rappresentato da film come Happy End di Jung Ji-woo e La Moglie dell'Avvocato di Im Sang-soo, storie in cui le dinamiche familiari e di coppia sono scardinate tragicamente dall'intrusione di eros e thanatos. mercoledì 5 aprile 2006 Ogni autore è pienamente responsabile del contenuto delle sue opere. |
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