Feast from Far East: il selvaggio cinema orientaleFar East Is Not So Far (no more)
di Andrea Candelora
stampa l'articolo - invia ad un amico Da qualche tempo anche il pubblico italiano ha la possibilità di confrontarsi con prodotti cinematografici provenienti dal lontano oriente che non siano soltanto della Cina continentale o ascrivibili al filone cosiddetto d'autore (Kitano e Wong Kar-wai in primis, di cui peraltro ogni nuovo lavoro viene salutato con legittimo entusiasmo). Finalmente, ed è proprio il caso di dirlo, nelle sale, alla tv satellitare e soprattutto sugli scaffali delle videoteche fanno capolino con sempre maggior frequenza film hongkonghesi, sudcoreani, giapponesi e perfino tailandesi appartenenti ai generi più disparati. Certo non è tutto oro quel che luccica, anzi, il rischio "bufala" incombe dietro l'angolo e a volte la delusione è cocente...Tuttavia è comunque stimolante per ogni appassionato poter spaziare nell'ambito di un'offerta che non è più quasi esclusivamente regolata dalla bipolarità, tutta occidentale, Europa-Usa e che permette la circolazione di opere asiatiche "popolari" e commerciali, non di rado sorprendenti per inventiva, imprevedibilità, ricchezza di stile e di contenuti. Tutto è (ri)cominciato grazie a John Woo. È a questo (allora) formidabile regista che si deve l'entusiasmante riscoperta di un intero pianeta-cinema, quale era l'Hong Kong di fine anni Ottanta-Novanta, la cui conoscenza da parte del pubblico era colpevolmente ferma ai film di arti marziali degli anni '70 prodotti dagli Shaw brothers e alle pellicole di Bruce Lee, con il suo seguito di emuli ed epigoni, e di Jackie Chan. Un tale successo ha permesso una duplice dinamica. Da una parte, un pubblico sempre più vasto (anche in Italia, sebbene con un buon ritardo rispetto a paesi come Gran Bretagna e Francia) ha potuto recuperare e godersi, attraverso la distribuzione home video e la programmazione satellitare, le pellicole autoctone del regista: il seminale A better tomorrow (con sequel annesso), la coppia di autentici capolavori The killer e A bullet in the head, il delizioso Once a thief, il virtuosistico e definitivo, per quanto concerne la coreografia balistica del gunfight, Hard Boiled. Poco importa se Woo, nei suoi ultimi film di produzione "a stelle e strisce", è diventato l'ombra di se stesso, limitandosi a giocare con il proprio stile con esiti non più che manieristi; quello che il suo sguardo, quando ispirato, ci ha saputo restituire, lo specchio - in cui il cinema action occidentale si rimirava narcisisticamente - che le sue pallottole danzanti hanno infranto, svelandoci al di là di esso un'altra idea e un'altra prassi dell'azione, lo rendono figura principe e imprescindibile nel panorama cinematografico contemporaneo. Più di recente due sono stati i fenomeni che hanno ridefinito, ampliandole, le coordinate della percezione e della fruizione occidentali - Italia dunque compresa - del cinema di genere targato far east. Il secondo fenomeno è legato al trionfo planetario de La Tigre e il Dragone. La pellicola di Ang Lee, vincitrice dell'Oscar per il miglior film straniero nel 2001, ha saputo conquistare il pubblico di massa delle multisale, avviando quel processo di sofisticazione estetizzante del wuxiapian di tradizione hongkonghese, che ha raggiunto il suo culmine qualche anno dopo con il dittico di Zang Yimou (Hero e La Foresta dei Pugnali Volanti). Proprio queste ultime due pellicole hanno fatto storcere il naso a diversi puristi e appassionati di lunga data, i quali le hanno trovate eccessivamente compiacenti verso il gusto degli spettatori occidentali. Gli stessi però hanno poi avuto più di un'occasione per tornare a gioire ammirando la forsennata bellezza dei combattimenti di Seven Swords del redivivo Tsui Hark e la sanguigna, scomposta, energia che pervade gli scontri di Sword in the Moon del coreano Kim Eu-sik o - su un versante diametralmente opposto - l'epica crepuscolare, toccante quanto dimessa, di The Twilight Samurai del decano giapponese Yamada Yioji. L'ascesa del cinema orientale è a tutt'oggi in divenire. Negli ultimissimi tempi sembra che sia la cinematografia coreana ad esserne diventata l'alfiere, con i trionfi festivalieri di registi come Kim Ki-duk e Park Chan-wook, che si muovono con geniale disinvoltura tra "genere" e autorialità. sabato 25 marzo 2006 Ogni autore è pienamente responsabile del contenuto delle sue opere. |
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