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Feast from Far East: il selvaggio cinema orientale

Il Cinema del Desiderio di Kim Ki-duk

di Andrea Candelora

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L'ingresso di Kim Ki-duk sulla scena cinefila italiana è stato dirompente, il suo Seom (L'isola), proiettato alla Mostra Cinematografica di Venezia nel 2000, scosse e turbò non poco il pubblico festivaliero.
Tale pellicola rivelò da subito uno sguardo assai lontano dagli stereotipi, provocatorio e lancinante nel raccontare una storia di amour fou, capace di raggiungere visivamente momenti di durezza insostenibile (la leggenda vuole che la proiezione suscitasse in sala svariati malori in spettatori poco preparati a reggere la vis cruenta ed emotiva di alcune immagini).
La portata sconvolgente del film risiedeva nella mise en scène, priva di inibizioni e pudori moralistici, di una relazione masochistica tra un uomo e una donna, in cui la radicalità del desiderio d'amore era tale da sfociare in un accanimento sui corpi di inaudita efferatezza.

Fu la svolta per la carriera di Kim. Questa opera - rivelatrice di una visione estrema, intessuta di suggestioni visive di rara poesia contrappuntate da squarci, metaforici e non, di violenza - lo pose sulla mappa del cinema che conta, quello da vedere e da inseguire in capo al mondo.
Egli si guadagnò l'aura di "cineasta maledetto" e intraprese una marcia, scandita dalle partecipazioni e dai successi presso i festival più prestigiosi, che, rapida e inarrestabile, lo ha condotto ad uno status di indiscussa autorialità.
Oggi Kim è, insieme a Park, il portabandiera del nuovo cinema coreano e tra i grandi del cinema contemporaneo mondiale.

I film successivi a Seom hanno infatti consolidato la "densità" autoriale del regista, sostanziata fondamentalmente da uno sguardo che traccia di continuo coordinate di desiderio e di dolore con intensità e rigore tali da lasciare basito lo spettatore, spiazzandolo nelle sue aspettative e gettandolo brutalmente in una pozza di disagio in cui, davanti ai suoi occhi, affogano facili schematismi precostituiti e punti di riferimento morali ordinari.

Ci vuole coraggio - e Kim ne ha da vendere - nell'assumersi il compito di rompere gli argini di un moralismo atrofizzato e stimolare chi guarda a rimettere in discussione assunti dati per scontati, portandolo ad interrogarsi sulla purezza abbagliante e assoluta dei sentimenti - che risultano perciò scevri di ogni orpello psicologistico - alla base dell'agire spiazzante di personaggi disadattati e marginali.

Esemplari a questo proposito sono Bad Guy (2001) e La Samaritana (2004).
Il primo titolo è forse "il" capolavoro di Kim e, manco a dirlo è stato colpevolmente trascurato e ignorato dalla distribuzione nostrana pur avendo fatto faville al festival di Berlino e al Fareastfilm di Udine (ma i fortunati l'hanno potuto recuperare sulla tv satellitare, dove, di tanto in tanto, continua a passare; per gli altri che volessero vederlo c'è il solito mercato dvd on-line di importazione, che si rivela ancora una volta necessario per opere imprescindibili come questa).

In questa storia - in cui il "tipo cattivo" del titolo, respinto dalla giovane studentessa da cui è attratto, la costringe alla prostituzione, gesto questo che poi permetterà ai due di instaurare una relazione assoluta - l'umiliazione del corpo amato/desiderato costituisce l'unica via per potervi accedere e poterlo amare di un amore altrimenti impossibile da parte di chi non può più vivere i propri sentimenti sul terreno dell'innocenza e della purezza d'animo, avendole perse ormai da tempo.
Se dunque è impossibile innalzarsi - troppo pesante è il corpo e greve l'anima - e tantomeno trasfigurarsi - troppe sono le cicatrici, fisiche e morali, incancellabili - l'unico modo allora per amare l' "altro" da sé è abbassarlo a sé, sporcarlo della propria miseria spirituale, "perderlo" nello squallore nel quale si è abituati a vivere.
Paradossalmente, solo nel degrado e nell'abiezione comuni è possibile incontrarsi, toccarsi ed amarsi. Solo così il corpo desiderato può accogliere il corpo desiderante senza rischio di deturparsi e, persa la sua inaccessibile purezza, può lasciarsi amare.
Ora il bad guy può finalmente realizzare il suo amore per la studentessa e versare persino il proprio sangue per esso. Ora, che questo amore è stato ridotto a sua misura, accessibile pertanto al suo cuore "cattivo".

Per una volta facciamo proprie parole altrui (quelle di Pier Maria Bocchi, critico preparato e appassionato in materia) dicendo che "ad una prima visione si resta soggiogati da questa specie di melò di sguardi e sangue, violentemente senza compromessi, una storia d'amore che nega ogni morale borghese. Poi, più lo si guarda, più non si riesce a resistere alla commozione, perché è un film che tocca il cuore proprio per la sua alternativa di passione, lontano da ogni manuale di comportamento apparentemente civile".

Una simile definizione si attaglia perfettamente anche a La Samaritana.
La trama è quella di due ragazzine minorenni e lesbiche che, per guadagnare soldi in vista di una fuga dalla propria città, tentano la strada della prostituzione con maturi uomini d'affari: una prende appuntamenti, l'altra esegue. Ma un evento tragico irromperà nelle loro vite straziandone l'idillio e consentendo l'entrata in gioco di un altro personaggio che porterà ad esiti impensati e dolentissimi.
In questa pellicola sono di nuovo rinvenibili sentimenti declinati in modo del tutto anticonvenzionale, di cui si fanno portatori personaggi che - tra fragilità, abiezione e violenza - risultano non incasellabili nelle categorie tradizionali di bene e di male e proprio per questo, nel procedere della narrazione, essi sono capaci di piegarla a sviluppi inaspettati e sorprendenti.
Ancora una volta lo spettatore si trova a disagio nel contemplare uno sguardo e una storia che rimescolano e stravolgono, impietosamente, i concetti di morale, purezza e amore, e lo costringono a ripensarli attraverso un processo faticoso e doloroso.

L'ultima, per il momento, stagione creativa di Kim Ki-duk, quella di Ferro 3 (2004) e de L'arco (2005), sembra invece aver raggiunto un livello espressivo più pacificato, peraltro già anticipato da Primavera, Estate, Autunno, Inverno... e ancora Primavera (2003).
Una nuova dimensione esistenziale ha preso il posto del precedente pessimismo intriso di violenza; quest'ultima continua ad essere presente, ma è strutturalmente e visivamente meno rilevante, come se il regista la volesse tenere il più possibile fuori-campo, dandoci ad intendere che essa si può riscattare ed espiare e soprattutto che le immagini dei suoi film hanno ora altro da offrire alla visione.

I toni si sono fatti più smorzati e il desiderio - che pure continua a percorrere queste pellicole - è diventato meno fisico e corporeo, meno ossessivo e più intermittente, dovendo scendere a patti, di volta in volta, con l'ascesi mistica (Primavera...), la vecchiaia (L'arco), la propria rarefazione (Ferro 3).
Questo sentimento si configura ora secondo parametri nuovi che raggiungono una qualità esemplare proprio nel film Leone d'Argento a Venezia 2004.
Qui esso vive negli/degli abbracci silenziosi e tra gli sguardi complici che sanciscono la relazione d'amore dei due protagonisti, facendosi lieve, aereo, addirittura "fantasmatico", tale e tanta è la leggerezza dei due corpi amanti (e l'ultima inquadratura, che mostra i piedi intrecciati sulla bilancia che segna zero, è lì a dimostrarlo).

Difficile pensare che l'autore di Seom, Address Unknown, Bad Guy, The Coast Guard e quello di Primavera..., Ferro 3 e L'arco siano la stessa persona; quest'ultimo film poi ha cominciato a destare più di una perplessità e in diversi sospettano un'involuzione stilistica o una resa alla convenzionalità.

Ma forse ha ragione lo stesso regista quando sostiene: "so che il pubblico continuerà a paragonare ogni mio nuovo film ai lavori precedenti, ma io spero sempre che la gente, invece di accostare le mie opere per dividerle in capolavori e fallimenti, si avvicini ad ogni film come se fosse la mia opera prima, con una sorta di non familiarità verso i miei lavori".

domenica 28 maggio 2006

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