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Feast from Far East: il selvaggio cinema orientale

La morte viene dal cellulare

di Andrea Candelora

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Ospite quest'anno al Fareastfilm di Udine, dove si è potuto ammirare il suo Imprint, episodio diretto - e mai trasmesso, a dire il vero - per la serie americana Masters of Horror, omaggiato contemporaneamente da parte del Museo Nazionale del Cinema di Torino di una vasta rassegna personale, Miike Takashi è cineasta eversivo e difficilmente imbrigliabile in schemi ed etichette, che sembra ormai aver trovato una - seppure molto parziale - via di accesso anche presso il pubblico italiano.

Da qualche tempo sono infatti disponibili in dvd Audition (2000) e la serie televisiva MPD Psycho (2000), mentre è uscito nelle sale un paio di stagioni fa The Call - Non rispondere (2003), anch'esso recuperabile ora su disco digitale.
Questi sono, per ora, i soli titoli miikiani rinvenibili sul mercato italiano; piuttosto pochini tenendo conto dell'estrema prolificità del nostro autore, capace di arrivare a girare fino a cinque o sei film all'anno.

Di questi tre, l'autentico cult risulta essere Audition, che contiene una delle scene di tortura più insostenibili viste sullo schermo, tale da procurare a Miike l'aura di regista maledetto. Il film, al di là della suddetta sequenza, è uno dei più riusciti del regista e si configura come uno struggente e lancinante melodramma sentimentale.

La serie televisiva MPD Psycho - tratta da un celebre manga e incentrata sulle ricerche di un detective dalla personalità multipla a caccia di un pericolosissimo serial killer - è invece quanto di più bizzarro e sperimentale la serialità televisiva possa offrire sia in termini di contenuto (deliri schizoidi, indagini intricatissime) che di forma (fotografia e tecniche di ripresa).

The Call è infine, come si diceva, l'unica opera del regista di Osaka ad essere giunta presso le sale di tutta Italia - dopo l'anteprima nazionale al Festival del Nuovo Cinema di Pesaro - e presumibilmente è stata quella che ha goduto di un pubblico più vasto.
Protagonista della storia è Yumi, una tipica adolescente giapponese, che vede morire ad una ad una le sue amiche dopo che queste hanno ricevuto una terrificante chiamata sul loro cellulare. Insieme ad Hiroshi, la cui sorella è stata pure lei assassinata, la ragazza comincerà ad indagare per poter sottrarsi all'inarrestabile catena di morte.

Questa pellicola può considerarsi la più mainstream, la più convenzionale nell'ambito della filmografia miikiana, nel senso che si inserisce appieno in quel fiorente filone del new horror asiatico che, nato con il boom planetario di The Ring sul finire degli anni Novanta, da qualche tempo anche dalle nostre parti suscita interesse e curiosità.

Alle suggestioni e alle tematiche dei film di Nakata The Call è infatti largamente debitore; basti pensare alla inquietante concezione della tecnologia che vi è alla base: essa è il mezzo attraverso cui si propaga il male, di conseguenza la funzionalità di oggetti così diffusi, come videocassette e cellulari, viene stravolta e spinta ad esiti angoscianti ed agghiaccianti allorché diventa ponte gettato verso una dimensione "altra", ostile, popolata da spettri terribili e vendicativi, che sono al di fuori della logica umana e sembrano offrire ben poche possibilità di salvezza.

Un altro aspetto, fondamentale, che deriva dalla tradizione del miglior new horror nipponico (in primis, ancora una volta, Nakata e Kurosawa) consiste nel "travestimento" da film di genere di un discorso sulla famiglia e sull'infanzia infelice tutt'altro che banale.
Pertanto ciò che viene raccontata nelle opere migliori di questo filone è in realtà una tragedia umana, la cui straziante intensità è nascosta dietro le strutture classiche e riconoscibili del genere horror.
In The Call Yumi ha un handicap psicologico legato ad un trauma infantile e l'indagine che intraprenderà la porterà ad intrecciare strettamente la sua storia con un altro caso di infanzia traumatica.

Sul piano della caratterizzazione visiva infine, quando Miike mette in scena il fantasma, esplicito è il rimando alla Sadako di The Ring e alla inquietantissima donna-spettro dello Ju-On di Shimizu, quasi che l'ispirarsi a questi modelli fosse ormai condizione imprescindibile per ogni horror asiatico che si rispetti.

A questo punto è lecito chiedersi che cosa allora di squisitamente miikiano ci sia in The Call. Non troppo, ma neanche troppo poco. L'intreccio certo non è granché originale, anzi, direi che risulta piuttosto usurato e, nello scavare in drammi familiari, ha meno spessore di un Dark Water o di un Inugami. Traspare inoltre una certa foga citazionista, con cui il regista mette abilmente insieme pezzi di altri film appartenenti al Japan new horror.
Rispettoso della struttura di genere Miike sa comunque creare dei bei momenti di tensione e di spavento.
Il tocco più personale emerge senza dubbio dal senso di grottesco che pervade la storia qua e là, dalla presenza di personaggi sopra le righe e dall'impaginazione di alcune scene splatter, di norma assenti nello psycho-horror di marca giapponese.

Il risultato finale è sicuramente dignitoso, il film è da considerarsi un onesto horror, ma nel contesto dell'opera magna miikiana risulta essere un film minore.
Dalla sua visione difficilmente lo spettatore potrà percepire lo sguardo oltraggiosamente libero - così estremo eppure così umanista - dell'autore che ha saputo regalarci manciate di pellicole così spiazzanti da rendere spesso impossibile qualsivoglia classificazione e dotate di una vitalità immaginativa così sfrenata da lasciare basiti ed entusiasti (solo qualche titolo: Dead Or Alive 1-2-3, Ichi the Killer, Gozu, Audition, Visitor Q, Fudoh).

sabato 8 luglio 2006

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