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Feast from Far East: il selvaggio cinema orientale

Storie di fantasmi giapponesi

di Andrea Candelora

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Kaidan eiga è il termine giapponese per indicare quei film che trattano di fantasmi.
Tale filone cinematografico vanta una lunga tradizione nel Paese del Sol Levante e la trilogia di The Ring ne è la rilettura in chiave moderna, ispirata ai romanzi di Suzuki Koji.
In particolare la spettrale e terrorizzante Sadako - la protagonista indiscussa del ciclo - è modellata sulla figura dell'Oiwa, uno spirito vendicativo di donna. Nella leggenda, questo personaggio viene ucciso dal consorte fedifrago con una pozione velenosa, che la sfigura. Guardandosi allo specchio, prima di morire, Oiwa scopre che ha un occhio completamente chiuso e l'altro che guarda solo verso l'alto; in queste sembianze inquietanti tornerà dall'aldilà come presenza fantasmatica per perseguitare il marito, fino a farlo impazzire.

Queste, in breve, le radici culturali archetipiche della saga che ha rivoluzionato la concezione dell'orrore cinematografico, facendo breccia in occidente e inaugurando l'appassionante stagione del new horror giapponese, che ha poi fatto da traino alle varianti "di genere" delle altre cinematografie asiatiche.

La novità fondamentale di The Ring - di cui Nakata Hideo diresse i primi due capitoli rispettivamente negli ormai lontani 1998 e 1999, mentre Tsuruta Norio girò il prequel (meno riuscito in verità) nel 2000 - risiede nella singolare messa in scena dell'elemento perturbante.

Essa non poggia su dettagli gore né su effetti sonori tonitruanti, men che meno sottostà ad un ritmo convulso; piuttosto è caratterizzata da dilatazioni temporali, da silenzi e da riprese a camera fissa attraverso cui si rende magistralmente l'idea di un mondo-altro in grado di insinuarsi lentamente - ma inesorabilmente - nelle pieghe della normalità quotidiana dei personaggi stravolgendone l'esistenza.

È quello che succede a Reiko Asakawa, la reporter protagonista dei primi due film, che, indagando sulla leggenda metropolitana secondo la quale chi guarda un misterioso video riceve una telefonata che annuncia la morte entro una settimana, andrà incontro ad un'esperienza agghiacciante, che la costringerà - in una corsa contro il tempo per la salvezza propria e del proprio figlio - a confrontarsi con il rancore omicida del terribile spettro di Sadako.

Quella di Sadako è davvero una tra le immagini più inquietanti dell'horror contemporaneo: i suoi movimenti a scatti, i lunghi capelli neri che le coprono il viso e il dettaglio dell'occhio sbarrato incutono realmente paura nello spettatore, gli entrano sottopelle e gli rimangono impressi a lungo.
La caratterizzazione visiva di Sadako ha poi sciolto le briglie all'estro creativo di altri "maestri" dell'orrore nipponico che, nelle proprie ghost stories, hanno fornito la propria versione di presenza spettrale femminile rifacendosi esplicitamente alla creatura di Nakata, talora estremizzandone i particolari più disturbanti.
È il caso, ad esempio, di Shimizu Takashi con i due Ju-On (2000) e di Miike Takashi con The Call (2003).

Lo stesso Nakata è tornato a dir la sua in fatto di spettri femminili con Dark Water (2002) che, nella modesta opinione di chi scrive, è il suo capolavoro.
In questa storia - che vede una madre e la sua piccola figlia trasferirsi in un nuovo appartamento, dove ben presto dovranno fare i conti con lo spirito inquieto di una bambina morta tragicamente - la superficie delle immagini specificamente orrifica, di pura qualità japan-style, si ispessisce e si stratifica attraverso riflessioni sull'identità materna (presenti già in The Ring, ma meno ricche) di toccante profondità, per aprirsi infine a squarci di autentica commozione.

Oggi l'horror orientale è una vera e propria moda, al punto che si sfornano remake hollywoodiani quasi a getto continuo; non solo, a volte sono gli stessi registi dell'originale a venir chiamati in America per rifarlo: è successo proprio a Nakata e Shimizu.
Ciò non è di per sé negativo, ma spiace se lo spettatore, soprattutto quello più giovane, si ferma alla visione di questi prodotti derivativi, la cui principale importanza dovrebbe risiedere invece nel farsi tramite verso i film originari, veicoli di sguardi "altri" gettati su quel genere così amato che è il cinema dell'orrore.

martedì 20 giugno 2006

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