Giro di Nera1978: il sequestro Moro
di Enrica Papetti
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E' il 16 marzo 1978. Il nuovo governo, guidato da Giulio Andreotti, deve presentarsi in Parlamento per ottenere la fiducia. Alle 8.45, l'auto che trasporta Aldo Moro, dall'abitazione alla Camera dei Deputati, viene intercettata in via Fani, all'incrocio con via Stresa, da un commando delle Brigate Rosse, il maggiore gruppo di avanguardia rivoluzionaria del secondo dopoguerra. Via Fani è in discesa. Nella parte alta, Mario Moretti si dispone alla guida di una Fiat 128 sulla destra della strada con una targa falsa del Corpo Diplomatico. Davanti all'auto di Moretti, si dispongono Alvaro Lojacono e Alessio Casimirri, su un'altra 128. Sul lato opposto della strada, c'è la terza auto guidata da Barbara Balzerai, disposta nella direzione di provenienza di Aldo Moro. A qualche metro dall'incrocio con via Fani, è posizionata la quarta auto, con a bordo Bruno Seghetti. Rita Algranati annuncia ai suoi compagni l'arrivo dell'auto con un mazzo di fiori. In pochi secondi, inizia la strage. Gli uomini della scorta, Domenico Ricci, Oreste Leonardi, Raffaele Jozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi vengono massacrati a colpi di armi automatiche. Il presidente di Democrazia Cristiana, Aldo Moro, viene sequestrato. La tecnica che utilizzano i brigatisti viene chiamata "a cancelletto", cioè intrappolano le auto dalla testa alla coda, senza dare loro la possibilità di una via di fuga. Ma chi è Aldo Moro e perché viene scelto proprio lui? Aldo Moro nasce il 23 settembre 1916 a Maglie, in provincia di Lecce. A poco più di trent'anni, inizia ad interessarsi di politica, militando prima nella destra socialista, ma, poi, per il suo credo cristiano, si rivolge verso la Democrazia Cristiana della quale, nel 1946, diventa vicepresidente. La sua carriera, però, continua. Fino al 1968 ricopre la carica di Presidente del Consiglio. Al momento del rapimento, Aldo Moro è la figura più importante fra coloro che auspicano un governo di "solidarietà nazionale". Il piano del sequestro di Moro viene attuato da undici persone. Gli omicidi della scorta ed il rapimento vengono rivendicati dai brigatisti con nove comunicati. Durante i cinquantacinque giorni di prigionia, le Brigate Rosse continuano a recapitare messaggi, spiegando i motivi del sequestro. I Brigatisti propongono, inoltre, di scambiare la vita di Moro con la libertà di alcuni terroristi imprigionati. Per il rilascio, interviene anche Paolo VI, amico personale di Moro, che rivolge un drammatico appello alle Brigate Rosse supplicandole di rendere il prigioniero alla sua famiglia e ai suoi affetti. La politica, a questo punto, si divide in due: il "fronte della fermezza" che rifiuta qualsiasi tipo di negoziazione ed il "fronte possibilista", all'interno del quale vi è Bettino Craxi, per il quale la trattativa è un'ipotesi da tenere in conto. Prevale il primo "schieramento". Sembra che durante la detenzione alcuni vengano a conoscenza del nascondiglio in cui si trova Aldo Moro, ma su tutto aleggia un'inquietante ombra di mistero. Con il comunicato n. 9, nel quale i brigatisti dichiarano il rifiuto da parte della DC di trattare per il rilascio del prigioniero, la condanna a morte di Aldo Moro viene definitivamente firmata. Il 9 maggio, nel cofano di una Renault rossa a Roma, in via Caetani, a metà strada tra Piazza del Gesù (sede storica della Democrazia Cristiana) e via delle Botteghe Oscure (sede nazionale del Partito Comunista Italiano) viene ritrovato il cadavere di Aldo Moro. Dopo la sua morte, proliferano le ipotesi sulla strage, sul sequestro e, successivamente, sull'omicidio. Qualcuno pensa che la Prima Repubblica sia proprio morta il 9 maggio 1978. giovedì 6 marzo 2008 Ogni autore è pienamente responsabile del contenuto delle sue opere. |
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