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Maurizio Minghella, il serial killer di prostitute

di Enrica Papetti

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Maurizio Minghella, il serial killer di prostitute

Uccide le prostitute, come nei fumetti, quelli di sesso violento che è solito leggere. Lui è Maurizio Minghella, classe 1958, definito da tutti il più grande omicida seriale d'Italia. E' un uomo come tanti, ma con una mente malata che cova un odio smisurato per le donne, le sue vittime.
Ma andiamo con ordine e ricostruiamo la storia di questo assassino e dei suoi efferati omicidi. Maurizio Minghella nasce a Genova nel 1958. E' un pugile dilettante e ama passare ore e ore all'obitorio per vedere da vicino i cadaveri e la disperazione dei familiari. E' considerato da tutti "minus habilis", la sua personalità si capisce fin da subito che è un po' particolare (eufemismi a parte...). Il padre è un uomo violento. Minghella assiste spesso alle percosse che sua madre deve continuamente subire; in un colloquio con gli psichiatri, dirà di rammaricarsi per non averlo ucciso strangolandolo con una corda. Proprio durante questi anni così difficili, "cova" nella sua mente la serpe della morte che, per lui, diventa un tamburo battente.

Minghella ha bisogno di uccidere, perché quando ammazza si eccita. E le sue vittime sono le donne, in particolare prostitute.
Ne uccide una dietro l'altra e più loro si agitano, cercando di fuggire, maggiore cresce in lui il desiderio sessuale. Gli omicidi iniziano il 9 aprile 1978 con la prima vittima, Anna Pagano, 20 anni, una prostituta "tossica". Viene ritrovata con il cranio fracassato, le gambe e la schiena ricoperte di scritte che alludono alle Brigate Rosse. Minghella ha seviziato la vittima, conficcandole nella cavità anale una penna. Qualche mese più tardi, è la volta di Giuseppina Jerardi, 23enne, trovata priva di vita all'interno di un'automobile. Passano undici giorni, e, il 19 luglio, viene ritrovata Maria Catena Alba, detta Tina, di 14 anni, con il corpo nudo legato ad un albero, morta per strangolamento.

Ma il delitto più efferato di Minghella è quello di Tina Motoc, 27 anni con un bambino di 2. Il capo della Omicidi, Marco Basile, davanti al cadavere maciullato della donna, non riesce a trattenere vomito e lacrime. La scia dei delitti sembra inarrestabile. Condannato all'ergastolo nel 1982, il serial killer continua a professarsi innocente. In carcere la sua condotta è ineccepibile: Minghella si comporta bene, è un tipo tranquillo, non dà problemi. Nel 1995 ottiene il "premio" della semilibertà. Può uscire nelle ore diurne per lavorare. Minghella trova lavoro come falegname nella comunità del Gruppo Abele di don Ciotti. Lì conosce una donna da cui avrà un figlio nel 1998. Si trova un appartamento dove poter andare a vivere con la sua nuova compagna.

Sembra, dunque, che la sua esistenza, dopo la galera, sia davvero cambiata. Ma non è così. Nel 1996, Minghella si assenta sempre più spesso dal lavoro e, proprio in concomitanza di ciò, avvengono a Torino orrendi delitti di prostitute, violentate e poi barbaramente uccise. La polizia è costretta a riaprire l'indagine ed il primo sospettato non può che essere Minghella. Nel 2003, dopo un'evasione durata qualche ora, il serial killer delle prostitute viene condannato all'ergastolo per l'uccisione di Tina Motoc, Fatima Didou, strangolata con il laccio di una tuta da ginnastica, e la 67enne Cosima Guido, condanna confermata l'8 giugno 2005 dalla Corte di Cassazione.

Dicono che solo una donna sia riuscita a salvarsi dalla furia omicida di Minghella, per un'intuizione psicologica. Il "mostro di Torino", infatti, sente la necessità di essere sempre gratificato sotto l'aspetto sessuale: la sua mascolinità non deve essere mai compromessa. La donna che riesce a mettersi in salvo gli dice: "Tu sei un vero uomo, vorrei essere la tua donna".

martedì 17 giugno 2008

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