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Adolf Hitler: la vanità dell'onnipotenza

di Roberta Camporesi

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Adolf Hitler: la vanità dell'onnipotenza

Adolf Hitler disegnava i propri sogni sulle sue tele, dopo che venne respinto all'Accademia di Belle Arti di Vienna era solo un orfano con in tasca la miseria.
Povero e solo.
«Prova di disegno insufficiente. Non ammesso»: questa fu la sentenza che al giovane artista pesò più di una spada di Damocle. Continuò a guadagnarsi da vivere dipingendo e lavorando come illustratore ma nonostante fosse un discreto artista riusciva a malapena a sbarcare il lunario grazie ad una piccola eredità ricevuta da una zia. Dormiva in un ostello per soli uomini e senza nessuna speranza per il giorno successivo continuava a dipingere nella più misera indigenza. L'unica forma di evasione che si concedeva era la lettura e cominciò a costruirsi una personale visione del mondo e della vita.

A chi doveva attribuire la colpa per la morte della sua amata madre? A chi quella della sua povertà? A chi quella del suo mancato successo?
Si è lanciato in una sanguinosa crociata per cercare un responsabile, le sue fantasie personali sottendevano ogni azione politica. Alcuni ricercatori hanno addirittura sostenuto che l'odio razziale verso gli ebrei fosse collegato all'odio da parte paterna, suo padre lo picchiava e lo maltrattava psicologicamente fin dalla più tenera infanzia. L'albero genealogico di Hitler non è ben definito e alcuni storici pensano che suo nonno potrebbe essere stato un barone della famiglia Rothshild, famiglia di banchieri ebreo-tedeschi. Rinnegare la propria esistenza corrisponde all'atteggiamento che Hitler assumeva, in risposta alle proprie esperienze, per adattarsi all'ambiente con un ruolo adeguato. Un ruolo che credeva di meritare.

La rabbia distruttiva che caratterizzò la sua vita va colta come un'esplosione d'ira che lega il suo pensiero e i suoi sogni spezzati a una fortissima depressione e sostituisce una possibilità d'esistenza che Hitler non ha voluto riconoscere come propria perché negativa. Violenza e onnipotenza sono attributi della follia e il delirio creativo dell'artista si è trasformato nel conflitto insignificante di chi non vuole accettare una profonda frustrazione dovuta all'insuccesso. Continuerà a partorire idee che sono figlie dei suoi fantasmi interiori e dipendenti dal potere di una mente distorta, la rabbia della sua vita privata è la regia della sua vita pubblica.

Hitler vuole dare luce alle proprie ombre per cercare un senso alla propria esistenza. Schiavo dei suoi incubi voleva tradurli in azione, la lotta per il potere non era altro che una lotta contro se stesso e contro la paura di non essere nessuno. Si è autodecretato migliore degli altri per non rivelare il velo lacerato delle sue illusioni e la sua tormentata realtà interiore.
"Io non ho bisogno della borghesia tedesca, è la borghesia tedesca che ha bisogno di me e del mio movimento. Io ho lanciato nel mondo l'idea nazionalsocialista e attuerò questa idea brutalmente e se è necessario con la forza. Sotto questo aspetto io mi sento l'inviato del destino" (dal colloquio di Hitler con Richard Breiting, 4 maggio 1931).

giovedì 20 novembre 2008

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