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La dignità del pesce rosso

di Elena Serrano

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La dignità del pesce rosso

Silenziosi e affascinanti compagni squamati, colorati rappresentanti della fauna prêt-à-porter, instancabili esploratori dello spazio ristretto, scrutatori attenti, ma sempre discreti, dell'ambiente che li circonda, precursori di "una vita sotto vetro". Sono i pesci rossi: gli oggetti-feticci che ogni bimbo pretende di vincere al luna park con quell'assurdo gioco di centrare un minuscolo bicchiere con una pallina; gli esponenti di quel fantastico mondo sommerso che ognuno vorrebbe con sé...
Ma spesso, euforici per tanta raffinata bellezza, ci scordiamo che essi esistono anche in quanto esseri viventi: per quanto siano ridotti alla stregua di peluche Trudy, hanno pur sempre il diritto alla vita, alla dignitosa esistenza e al rispetto del proprio stato. Un po' quello che succede a tutti i cuccioli di Labrador acquistati perché acchiappano la carta igienica... ciò che capita ai vari Chiwawa finiti tra le grinfie laccate delle così dette vip, sottoposti allo stress delle mode e delle velleità delle loro padrone fashion victims.
Già, perché è proprio la "moda bestiale" l'unico mercato a non dare segno di cedimento: si parte dalla semplice ciotola griffata Louis Vuitton, per passare all'immancabile impermeabilino modello "Humphrey Bogart", all'essenziale mascara multicolor, fino alla cuccia in plexiglass con materasso e copertina del valore di oltre mille euro.

E se questi sembrano peccati veniali, facendo un salto nella storia della cinematografia, troviamo un esempio di film-scandalo per gli amanti degli animali, sia per i contenuti che per le modalità di ripresa.
"Scene di bassa macelleria", così le definì nel 1980 Repubblica, quelle di "Cannibal Holocaust", in cui topi, scimmie e svariati altri abitanti della foresta amazzonica venivano scuoiati e seviziati davvero per rendere più veritiere le immagini del film. Una pellicola che sollevò le coscienze dell'epoca, portando il regista Ruggero Deodato in tribunale proprio per il reato di tortura delle cavie, stabilito (ironia della sorte!) solo da una vecchia legge fascista.
Senza andare agli eccessi di questo film che ha sollecitato i gusti del pubblico più sadico, sorvolando le morbose cure di chi considera i pets veri e propri componenti della famiglia, e senza scomodare gli integralismi delle associazioni animaliste... basterebbe accontentarsi di trattare gli animali per quello che sono: né più né meno come esseri viventi, detentori di diritti universali.

mercoledì 27 maggio 2009

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