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1408

di Andrea Sorcinelli

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Trama e recensione 1408

Il Dolphin Hotel è un albergo di lusso. La camera 1408 è strana, molto strana; ci sono morte dentro un sacco di persone. Mike Enslin è uno scrittore disilluso e disincantato che non crede in niente. Accetta la sfida, entra nella stanza. Mike è nei guai fino al collo.

Dalla Svezia con terrore, il regista Mikael Håfström attinge a piene mani dal patrimonio letterario dell'intramontabile Stephen King e firma 1408, film tratto da un racconto del Maestro del Brivido contenuto nella raccolta "Tutto è fatidico". Samuel L. Jackson e, soprattutto, John Cusack accompagnano Håfström nella sua avventura alberghiera. Il film prende il via in maniera spartana, diretta, violenta persino. Senza fastosi preamboli di sorta, già dal primo fotogramma veniamo messi di fronte a Mike Enslin. Di lui non sappiamo nulla, e nulla ci è raccontato. Vediamo ciò che fa, ma non sappiamo il perché. E qui sta uno dei punti di forza principali del film. Lo spettatore impara a conoscere Enslin man mano che scivola sempre più nel vivido incubo della stanza 1408, dove sarà costretto e rievocare ed affrontare i propri demoni. Questa scelta, oltre a snellire e velocizzare la parte introduttiva, conferisce uno spessore ed una capacità empatica notevolissima a tutta la parte centrale del film, quella ambientata nella "stanza impossibile". E anche qui, Håfström non sbaglia il colpo. La sua regia, errabonda e a volte sgrammaticata, accompagna ed enfatizza egregiamente la marcia trionfale di Enslin verso la più completa follia e John Cusack, nel pieno delle forze, regge mirabilmente quasi tutta la durata del film sulle sue spalle, solo com'è di fronte alla macchina da presa, anche se aiutato da madame la "Stanza", indiscussa protagonista comprimaria di 1408. A metà tra atmosfere horror da albergo maledetto, che rimandano inevitabilmente ai fasti di Shining, e tocchi di pura follia onirica che ricordano da lontano alcuni espedienti visivi e sceneggiativi tipici di David Lynch ma non solo, il film oscilla piacevolmente tra i due stili, mantenendo come ponte l'assoluta follia che domina lo schermo e si nutre della confusione e della malcelata paura del protagonista.
Questo film è sì un horror, ma prima di tutto è un'esperienza umana. I demoni che appaiono non provengono dalle viscere dell'inferno, ma dal profondo dell'animo di Mike Enslin, e all'uscita dall'incubo, il nostro eroe è premiato con la crescita e la maturazione interiore. Come da sempre ci ha abituato Stephen King, il suo è un terrore catartico, umano e "filosofico". La profondità psicologica e il dolcissimo modo in cui l'autore tratteggia i suoi personaggi e le relazioni tra di loro sono la sua più grande capacità, e non mancano anche in questo caso. E sono proprio queste cose che elevano e distanziano l'horror di King da quello tutto "morte&spavento" tipico della produzione cinematografico-letteraria massificata e massificante degli ultimi anni.
E per questo, e non per altro, King gode della sua meritata fama.

Agli autori del film va il pregio di aver saputo tradurre in immagini le parole del Maestro. E non è poco, dal momento che non tutti ci riescono.
Un solo dilemma resta irrisolto: quand'è che i trailer la smetteranno di bruciare le scene migliori dei film, diminuendo sensibilmente la capacità di apprezzare la pellicola vera e propria? Insomma, quand'è che si smetterà di mercificare il cinema?

Voto: 7,5

sabato 24 novembre 2007

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