Film MachineCentochiodi
di Andrea Sorcinelli
stampa l'articolo - invia ad un amico
Se la vita moderna di questa malata società di nuovo millennio ti disgusta, se dopo attente riflessioni e lunghi anni di studio non riesci a non provare disillusione e disprezzo per il tempo a cui appartieni, forse la soluzione migliore è quella di dimostrare al mondo quello che pensi di lui e ritirarti a vivere sulle rive del Po insieme ai simpatici "indigeni" del luogo. Sarà questa la strada intrapresa da un giovane e stanco professore universitario di successo. Ermanno Olmi torna sul grande schermo con quello che, a suo dire, sarà l'ultimo film prima di una serie sconfinata di documentari. E peccato, diciamo noi. Peccato perché il suo Centochiodi conferma che Olmi è uno dei grandi sopravvissuti, uno dei pochi che sa ancora cosa vuol dire fare cinema "all'italiana" pur riuscendo a rinnovarsi e a creare qualcosa di interessante ogni volta. Raz Degan lo segue magistralmente nella sua arte mescolandosi ad attori presi "dalla strada" come nella migliore tradizione italiana. Il risultato? Pura poesia. Difficilmente si può parlare diversamente di questo film. Il modo in cui riesce a mescolare elementi estrapolati dal migliore neo-realismo nostrano con consistenti dosi di onirismo e filosofia dona all'intera pellicola un tocco delicato e un soffio mistico di indicibile bellezza. Quotidianità e spiritualità si mescolano in un unico tessuto che diventa semplicemente vita. Difficilmente un film riesce a comunicare così efficacemente l'unità che sussiste tra la vita di tutti i giorni e "quel qualcosa in più" che caratterizza la vita umana. Olmi dimostra a tutti di saperla lunga sul cinema e confeziona un autentico, raro gioiello. Dalle inquadrature alle scelte narrative (comunque leggere come soffi di brezza), dai dialoghi ai gesti e sguardi degli attori (e in particolare del misterioso ed eclettico Degan) tutto trasuda poesia e filosofia. Olmi aveva qualcosa da dire, qualcosa di sentito e struggente. E con Centochiodi ce l'ha detto. Con classe e maestria come solo i grandi sanno fare. Non stiamo parlando di un film che piacerà a tutti, si intenda. Il ritmo è piuttosto lento e cadenzato, molto di ciò che accade è lasciato a gesti e, così che lo spettatore perditempo mangia-popcorn si stancherà ben presto della complessità di un film come questo. Se nelle prime scene, che strizzano l'occhio più che volentieri a Il Codice Da Vinci, sembra di assistere ad un giallo, il film devia ben presto ma con sana flemma verso un marasma di sensazioni e pensieri, riflessioni e confessioni sulla vita, la religione, l'ambiente. Olmi ci parla di Dio, del mondo, del male che stiamo facendo al nostro pianeta e a noi stessi, della perdita di identità e della necessità di mettersi in viaggio per tornare alle origini. Contemporaneo Gesù Cristo, il professore senza nome impersonato dal bravo Degan si accorge di essere contro tutto e tutti, semplicemente perché ricerca, per gli altri per sé, quel senso di spiritualità e di serenità che dovrebbe essere alla base della via. E come vale per ogni Cristo, l'esilio sarà l'ultima possibilità. Poetico, struggente, dolce e cattivo allo stesso tempo. Disilluso e sognante. Vero, autentico, sanguigno e violento. Mistico e spirituale. Olmi è tutto questo. L'eredità che lascia al Cinema è un non-film, un'opera che nella sua struttura e nell'universalità dei suoi messaggi trascende il mezzo e diventa Arte. Non è perfetto, nemmeno lontanamente, ma essendo Arte e non un film sfonda-botteghino, direi che la cosa non ci interessa più di tanto. Voto: 8,5 mercoledì 18 aprile 2007 Ogni autore è pienamente responsabile del contenuto delle sue opere. |
|