Arriva sempre il momento in cui un'anziana insegnante frustrata dagli insuccessi di una vita intera, dalla delusione di non essere nessuno di importante, di essere odiata da tutti e soprattutto di essere sola come un cane, decide di fare di tutto per riscattarsi e sventare il pericolo di morire in solitudine. Così Barbara ricorre ad ogni mezzo per tenere legata a se la giovane insegnante d'arte Sheba, che se la fa con uno studente appena quindicenne e trova nell'anziana signora la sua unica confidente; ovvero in ultima analisi l'unico, autentico pericolo...
Due mostri sacri si aggirano tra le pieghe di questa pellicola. Una lotta tra titani in gonnella. Tutto il film si regge sul confronto/scontro tra una tagliente Judi Dench e la splendida Cate Blanchett. Se la prima, pur regalando una superba interpretazione, può a volte sembrare un pochino impacciata nel suo ruolo di donna sola e spietata, la bellissima Cate è più splendente che mai e ci incolla allo schermo con la dolcezza che emana ad ogni fotogramma. Il film è fondamentalmente questo. E' proprio sul conflittuale rapporto tra le due donne che la narrazione si appoggia di peso, lasciando tutto il resto ad un non troppo definito marasma in cui nuotano le protagoniste.
Il regista Richard Eyre si affida completamente e indiscutibilmente alle sue dame, ed ogni elemento del film, dalla regia alla colonna sonora passando per la fotografia, ha solo il compito di sostenere e sospingere le azioni e gli stati d'animo di Cate e Judi. E sinceramente il risultato ne risente. Sì perché, anche se sono due attrici fantastiche e riescono a reggere completamente da sole due ore scarse di film con una struttura narrativa da far ridere i polli (onore a loro), è proprio nella mancanza di una narrazione decente che sta il limite della pellicola. Il fascino e il carisma delle protagoniste riescono a tenerci incollati allo schermo, ma di emozioni autentiche e di sussultori moti spirituali se ne sentono pochini. Riusciamo a provare pena per una donna che suo malgrado si è ritrovata vecchia, sola e disperata; riusciamo a percepire il dramma di una giovane insegnante che, sposata con un uomo più grande di lei, non resiste al fascino di un imberbe fanciullo. Ma per come è stato concepito il film, queste emozioni restano superficiali, si fermano al livello intellettuale e pertanto non sono in grado di lasciare un'autentica impronta sugli spettatori.
Si aggiunga poi che la scelta di far raccontare l'intera vicenda ai diari personali di Barbara, pur dando vita ad un delizioso contrasto tra pensiero ed azione, alla lunga risulta abbastanza legnosa e noiosa.
Forse Eyre ha preteso troppo dalle sue muse, aspettandosi che le loro brillanti interpretazioni potessero sopperire alle notevoli mancanze di tutti gli altri reparti, specialmente della sceneggiatura. Manca la giusta carica drammatica, manca quella spinta emotiva che strappa le vibrazioni di tensione, di lacrime e sudore fuori dalla pellicola e ce le sbatte in faccia. Insomma, è tutto un po' asettico, nel senso peggiore del termine. Un plauso particolare va però a Bill Nighy, divino attore secondario spesso relegato a ruoli marginali e, a mio avviso, più che sottovalutato.
Diciamocelo: la storia che Eyre ci racconta non è di quelle entusiasmanti che ti prendono e ti inchiodano allo schermo, e per questo motivo rischiamo di dimenticarci ben presto di questo film.
Solo il sorriso di Cate Blanchett (sempre che faccia a tutti quest'effetto) può salvarlo dall'oblio.
Voto: 6,5
mercoledì 28 marzo 2007
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