Film MachineFinal Destination 3
del Ladro di Biciclette
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In quello che dovrebbe essere uno dei giorni più felici della sua vita, Wendy si unisce ai suoi amici per festeggiare il conseguimento del diploma in un parco di divertimenti della città. Mentre stanno per salire su una montagna russa, diventa all'improvviso timorosa. Il suo ragazzo Jason la rassicura dicendole che ciò che le provoca nervosismo è semplicemente il fatto di non avere il controllo sulla giostra. Wendy allora si fa forza ma non appena l'imbracatura di sicurezza della giostra si abbassa su di lei per proteggerla, la ragazza vive la sensazione premonitrice che un incidente mortale sulle montagne russe condurrà alla morte lei e i suoi amici. Attratti da un trailer molto efficace, si va a vedere Final Destination 3. E si rimane delusi. Una bella occasione mancata. Perché il regista, James Wong, viene da X-Files e si vede. Il tocco sovrannaturale è la regola della trilogia, una sorta di balletto di omicidi a cui si assiste divertiti più che angosciati; lo stile di alcune delle mirabolanti disgrazie che capitano ai protagonisti della pellicola, ovvero i mortali incidenti che subiscono sembrano spesso frutto di una combinazione di imprevisti talmente grotteschi da ricordare per certi versi le sfigatissime disavventure del povero Will Coyote della Warner Bros. L'idea più azzeccata e inquietante di tutta la serie è il fatto che non sia il solito folle in cerca di vendetta a condurre le danze, ma la morte stessa. Gli incubi premonitori della protagonista sono ben orchestrati e diverse esecuzioni molto forti emotivamente (nessuna ragazza andrà più volentieri a cuocersi nel lettino abbronzante). Il film è poco più che un gioco, a tratti divertente, troppo spesso prevedibile. Prodotto dalla New Line, regina incontrastata dell'horror made in Usa (Freddy Kruger ha fatto la sua fortuna nel 1984), Final Destination 3 è un successino con le tiepide facce note da teenager che si avvale della manodopera del talento commerciale più cool della tv, il produttore Glen Morgan (la "testa pensante" dietro la suspense di Millennium). Proiettato in quasi tremila sale, in America ha sbancato i botteghini con un incasso di oltre 20 milioni di dollari nel primo weekend di programmazione. E questo la dice lunga. Dopo un incipit che si sforza di essere adrenalinico (con risultati modesti) e ammiccante nei confronti di palati un po' più scafati (ma che il cinema sia per natura déjà-vu, reiterazione e ripetizione, sembra ormai un concetto su cui più di un regista abbia riflettuto abbastanza...), la pellicola scivola inevitabilmente in una storia con zero appeal, in cui il colpo di scena appare sempre citofonato. Come ormai caratteristica del genere, si tende a dilatare le situazioni, con l'obiettivo di espandere la tensione all'infinito. E proprio qui cade il film di Wong, che avrebbe potuto evitare il doppio/triplo finale, mentre invece così facendo spegne le sue velleità in un grand guignol che rischia di scadere alla fine nella noia. Se si prende questo terzo capitolo per quello che è (un fiacco, frivolo prodotto televisivo) allora si possono apprezzare certi meriti: dalla scelta di rinunciare al lieto fine in cui il bene/scelta non può vincere sul male/destino, all'invito all'esercizio di attenzione per i cultori del genere (i protagonisti della prima parte si chiamavano Browning, Hitchcock, Lewton, qui appare un Romero; e in un cult-cameo Tony Todd, di nuovo "il becchino" dopo Candyman, presta la sua voce). Forse alla nostra paura ormai nuocciono le storie. Conosciamo già tutte le loro promesse. Rimangono dei brividi impigliati in singole immagini, macchine ancora capaci di "mandare avanti" la paura e il desiderio. Nei manifesti pubblicitari dei tre Final Destination i premonitori sono sempre muti: le loro bocche restano serrate, un po' come le bocche delle vittime nei poster di Scream, come se per loro la funzione del grido sia stata delegata agli occhi. Infatti, ciò che urla davvero nell'ultimo capitolo della serie è la locandina. VOTO: 5 giovedì 23 marzo 2006 Ogni autore è pienamente responsabile del contenuto delle sue opere. |
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