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Guida per riconoscere i tuoi santi

di Andrea Sorcinelli

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Trama e recensione Guida per riconoscere i tuoi santi

Dito Montiel vive la sua adolescenza di sogni più o meno infranti e di ali tarpate nei bassifondi newyorkesi di fine anni '80. Dito ha amici che lo amano, ma agiscono con violenza. Dito ha un padre che lo adora, ma lo vuole solo per sé. Dito ha l'amore della bella Lori. Ma non basta, tutto ciò non è sufficiente a impedirgli di percepire lo squallore e la bassezza del luogo in cui vive. Per questo motivo, Dito se ne va in California, facendo ritorno alla sua città solo quindici anni dopo, quando suo padre si ammala gravemente...

Questa guida, esordio cinematografico del poliedrico e multi-funzionale Dito Montiel, irrompe in sala con veemenza, con vigore e forza travolgente, trascinando lo spettatore, a volte con un po' di fatica ma senza mai lasciare la presa, nella sua spirale di eventi. E lo fa con crudezza, senza mezzi termini, senza sofisticati intrighi linguistici o astrusi giochi visivi. Senza attorcigliamenti narrativi, senza poesia. Una sceneggiatura statica, che non si preoccupa di enfatizzare i pur presenti momenti drammatici o svolte narrative di qualche genere, divisa tra due punti di vista (quello del Dito adulto e quello del Dito ragazzo); regia e montaggio volutamente funzionali, che non sono protagonisti ma diventano servi dei protagonisti; dialoghi di tarantinesca memoria, che si sovrappongono spesso confondendo chi ascolta, carichi di brutale o forse semplicemente ingenua sincerità tipica di chi vuole solo farsi capire e vivere. E' questo il modo in cui Montiel racconta la sua vita, in un film autobiografico che di più non si può. Le due dimensioni del film, quella degli anni '80 e quella contemporanea, si compenetrano senza farsi del male, ed in entrambe spiccano due interpreti eccezionalmente carichi, espressivi, visibilmente coinvolti come Chazz Palminteri e Robert Downey Jr., quest'ultimo sempre più simile ad un novello e più pacato Al Pacino.
La semplicità e la "rozzezza" della pellicola non le impediscono di recare con se momenti di puro stile e di dolce malinconia, concentrati specialmente nelle sequenze riguardanti il Dito adulto, in viaggio più che altro interiore verso il suo vecchio mondo, verso coloro che "ha abbandonato, ma che non lo hanno mai abbandonato". Quello che ne risulta è un film spoglio, semplice, a tratti ingenuo come i suoi protagonisti, diretto, che lascia senza respiro, che strapazza lo spettatore dall'inizio alla fine. Nella sua totale mancanza di onirismo, di astrazione poetica sta la sua forza e la sua debolezza. Montiel ha semplicemente trasposto in immagini la sua vita, e il risultato non poteva essere diverso. Questo, se da un lato dota il film di un'impareggiabile freschezza e crudezza, dall'altro lo limita, lo ingabbia, lo rende poco capace di parlare all'umanità intera, o di veicolare messaggi più o meno universali.

Questa guida può piacere o meno, di difetti ne ha diversi e a tratti può anche annoiare. Si può dire che nessuno sentiva lo spasmodico bisogno di questo film a parte il suo autore. Si può dire che ha poco da dire all'uomo. Ma occorre ricordarci che in questa pellicola è racchiusa la vita e l'esperienza di un uomo, e per questo possiamo considerarla dotata di un qualche valore intrinseco. E in ogni caso, questa guida colpisce, in qualche modo col suo essere diretta e sanguigna penetra fino all'anima di chi guarda. All'uscita della sala sentiamo qualcosa, quella sensazione strana, quella confusione, quel non capire bene dove siamo e chi siamo. Sentiamo che qualcosa ci ha "ferito" ed è diventato parte di noi.
Ecco, questo è cinema.

Voto: 7,5

martedì 13 marzo 2007

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