Chi ha potuto assistere alla proiezione di Toronto riferiva che nella prima parte il film è abbastanza lento, quasi addomesticato rispetto a ciò che segue, ma comunque pieno di scene di sesso. Per ciò che viene dopo se ne sconsiglia la visione a bambini e adolescenti, e anche chi ha lo stomaco debole non avrà vita facile. Il racconto è estremamente brutale e genuinamente spaventoso, eccitante, sporco, scioccante, serio e sorprendentemente complesso.
Solitamente non sono benevolo con i film estremi. In effetti si potrebbe liquidare sbrigativamente Hostel parafrasando il pensiero del New York Times e della maggior parte della critica d'oltreoceano. Ma gli oltraggi calcolati della brutale pellicola di Eli Roth sono meno sconvolgenti della sua assoluta mancanza di bigotteria.
L'opera seconda di Eli (leggasi Ilai) Roth, dopo il neutro Cabin Fever, parte come un film adolescenziale. Josh e Paxton sono gli irritanti protagonisti del film, che troviamo divertirsi nella maniera più classica e becera del turista medio ad Amsterdam: "bombe" a ripetizione e prostitute.
I due avventurieri, al seguito di Oli, un amico finnico conosciuto durante l'inter-rail, vengono a conoscenza di un posto fantastico in Slovacchia dove pare che le ragazze la diano come fosse una stretta di mano. E naturalmente partono di gran carriera, novelli Lucignolo, nel Paese dei Balocchi. Troveranno l'accoglienza che si aspettavano: donne bellissime e disponibilissime nei confronti di yankee sprovveduti.
Però, come giustamente sottolineano gli adepti di Splatter Container, nel Paese dei Balocchi di Collodiana memoria, anche questo luogo ha i suoi lati oscuri. Infatti pare che le fanciulle non siano altro che adescatrici per un club molto esclusivo in cui, pagando cifre salate, si ha la possibilità di torturare a morte i poveri malcapitati. Chissà come reagirà il Ministero del Turismo Slovacco per la "bella" pubblicità riservata al loro paese.
Non si può certo dire che la prima parte di Hostel sia funzionale alla vicenda, attesa e tensione se ne vanno spesso a prendersi una pausa caffé, e lo spettatore ha la sensazione di trovarsi davanti ad una delle solite commedie giovanilistiche americane, stile American Pie o Road Trip, anche se lo script non lesina in particolari e include situazioni (i bambini, il passeggero del treno) apparentemente di poco conto, ma che raggiungono il loro significato nel concitato finale.
Quando finalmente veniamo esposti alle scene di tortura, assistiamo a quanto di più ripugnante potremmo immaginare: dita mozzate, estrazione di bulbi oculari, corpi scuoiati. È gore, è splatter, è horror nella sua accezione estrema.
E finalmente Hostel si svela quello snervante film "in cui si grida, si agonizza e si muore in ben 9 lingue diverse" tanto acclamato; una pellicola entrata al numero uno delle billboard statunitensi a soli tre giorni dalla sua uscita, nonostante il bollino "rated-R" che non permette agli adolescenti di vederlo. Forte anche dei 600 litri di sangue utilizzati per gli special FX e con un battage pubblicitario martellante e capillare, tra cui il beneplacido di Tarantino (qui produttore esecutivo) che viene citato fino all'ossessione rilasciando il suo ormai classico "Quentin Tarantino presents", Eli Roth si è guadagnato un suo posto nell'olimpo dei registi horror emergenti, come è avvenuto per James Wan e Rob Zombie (che resta il numero uno). La differenza però con questi ultimi due è che mentre Saw e soprattutto The Devil's Rejects (sequel del sottovalutato La casa dei 1000 corpi)sono dei prodotti ben riusciti, questo Hostel, a fronte delle aspettative create intorno a sé (e succede sempre così), non lascia del tutto convinti. Si vorrebbe poter dire che Roth presenta i suoi personaggi come vittime del mondo che mette in primo piano la carne, e scava in profondità nell'incubo di una società regolata dal profitto ricavato dal desiderio illecito, esplorando la zona grigia dietro la lussuria perversa e il potere del sesso unito alla violenza. Invece è evidente che l'interesse di Roth sia quello di spingere tutto sull'ultraviolenza per colpire lo spettatore, ed effettivamente ci sono delle scene di puro dolore davvero impressionanti. Purtroppo il film si dilunga troppo nella parte iniziale della storia, in cui la trazione horror risulta molto blanda, e gli ultimi venti minuti di bagno di sangue non bastano a giustificarne pienamente il successo.
Nota positiva di Hostel è comunque l'essere una pellicola che piace vedere proprio perché senza particolari pretese; un normalissimo horror purosangue con la differenza di essere stato girato con un budget proibitivo per altre pellicole dello stesso filone.
È storia ormai vecchia e risaputa che si debba giustificare la violenza di certe pellicole appellandosi a concetti nobili quali la denuncia e la catarsi e sia Roth che Tarantino si sentono meno cinici e venali travestendo la crudeltà dietro scopi alti.
Con un certo trasporto adolescenziale, Roth regala tante strizzatine d'occhio al cinema horror di genere e alle opere di Takashi Miike (quest'ultimo si presta anche in un simpatico cameo), di cui si era già prefissato di seguire le orme in un'intervista rilasciata insieme a Guillermo del Toro. Peccato che probabilmente lo stesso Miike rimarrà deluso dal lavoro di Roth, in quanto la violenza che il giovane regista propone, viene presentata in maniera fine a sé stessa, anestetizzata parecchio in alcuni casi proprio perché saturata in un ristretto lasso di tempo. Sicuramente la confezione di Hostel è sontuosa, nella fotografia e nella regia, nonché negli effetti speciali curati dall'onnipresente Greg Nicotero. La materia però è davvero debole, la sceneggiatura è semplicemente banale con personaggi poco più che stereotipati, mal abbozzati, senza un minimo d'introspezione psicologica e una conseguenza di eventi poverissima.
Molte cose sono state perdonate all'Eli Roth di Cabin Fever in virtù di alcuni aspetti positivi della pellicola. Il (modesto) tasso di splatter, certi scarti nel territorio del surreale che hanno fatto più volte sprecare paragoni con David Lynch (che, si dice, ritirò il nome dalla produzione una volta visto il girato) e alcuni momenti smaccatamente ironico-demenziali.
Il regista bostoniano conferma in questo secondo lungometraggio soltanto il suo straordinario fiuto per il sensazionalismo e un buon senso degli affari: coinvolge nomi di sicuro impatto (Quentin Tarantino e Takashi Miike) in un progetto che per i primi cinquanta minuti si avvita lungo le asfissianti spirali della pellicola giovanilistica a base di archetipi assurdi e criptorazzisti (dagli olandesi tutti tossici e di facili costumi agli europei dell'Est tutti criminali) per poi concedere finalmente allo spettatore voyeur i tanto agognati momenti di tortura. Che fanno di Hostel uno di quei prodotti che probabilmente farà storcere il naso ai puristi, divertire gli adolescenti e gridare le ragazze.
Di sicuro farà arricchire i produttori.
VOTO: 6
giovedì 9 marzo 2006
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