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I figli degli uomini

di Stefano Montini

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Trama e recensione I figli degli uomini

In un futuro molto prossimo non ci saranno più nascite; la razza umana starà per estinguersi. Theo, professore senza più speranza, si troverà a dover proteggere la prima donna incinta dopo diciotto anni e scortarla fino alla Domani, una nave di scienziati che studiano il modo di "risvegliare" la vita.

In un mondo finito, in attesa di morire, la follia ha sottomesso la speranza. L'Inghilterra offre ai suoi sudditi il suicidio pubblicizzandolo in tv, elimina tutti gli stranieri dal paese ed accumula opere d'arte: stupidamente si sta preparando la miglior tomba possibile; gli si oppone un gruppo di dissidenti. Ma nessun schieramento è capace di vedere l'importanza di un bambino nato dopo diciotto anni di infertilità. Sono solo i singoli uomini ad inginocchiarsi al bambino.
Cuarón cerca di riportare la visione del mondo attraverso gli occhi dell'uomo e non dei gruppi politici. Per fare ciò sceglie la camera a mano e sequenze lunghissime senza interruzioni. Uno stile duro e coraggioso, che dopo alcuni virtuosismi comincia a stancare lo spettatore; risulta impossibile trovare un personaggio a cui affezionarsi in una pellicola che quasi non dà tempo di respirare. Così la storia, raccontata con fretta, resta poco chiara.
La fotografia, grigia e senza colori come un mondo senza vita, è stata premiata al Festival di Venezia.

Cuarón non evita di associare la nascita con la natività di Gesù per dare più forza al film. Naturalmente ai giorni nostri non ci si può aspettare una Maria né santa né immacolata.

Voto: 7

domenica 19 novembre 2006

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