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Il Codice Da Vinci

del Ladro di Biciclette

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Trama e recensione Il Codice Da Vinci

Massaggiami, Sophie. Premi sulle mie tempie più forte. Hai un tocco divino, Sophie.

E' una tranquilla notte parigina. Un dramma si sta consumando all'interno dell'impenetrabile museo del Louvre, nella Grande Galleria: il vecchio curatore Saunière si aggrappa con un ultimo gesto disperato a un dipinto del Caravaggio, fa scattare l'allarme e le grate di ferro all'entrata della sala immediatamente scendono, chiudendo fuori il suo inseguitore. L'assassino, furioso, non ha ottenuto quello che voleva. A Saunière restano pochi minuti di vita. Si toglie i vestiti e, disteso sul pavimento, si dispone a mò di "Uomo di Vitruvio".

I primi soccorritori trovano il vecchio disteso sul marmo. Questi è riuscito, prima di morire, a scrivere alcuni numeri, poche parole e soltanto un nome: Robert Langdon. Ed è proprio lui, lo studioso di simbologia, a comprendere per primo che l'anziano storico dell'arte ha lasciato un messaggio oscuro e pericolosissimo.

La scoperta sarà sconvolgente: il genio rinascimentale di Leonardo proteggeva un codice segreto, distruttivo per la chiesa.

Mon dieu, non! Arrêtez! Ou je la détruis!

Fa un po' effetto vedere l'ex Ricky Cunningham girare sequenze quasi allucinate, ma fa anche molto piacere pensare che qualcuno sappia che la storia dell'arte non è la rottura di scatole della prospettiva o del compluvium, ma è più simile a una sostanza psicotropa poco legale - forse dà anche dipendenza.
Fin qui tutto bene.
Il film, come Langdon, entra però in lieve crisi nel momento in cui si tratta di applicare le interessanti/discutibili tesi raffazzonate da Dan Brown, autore che non necessita di presentazioni, a cose concrete; quando appare la dicotomia della simbologia presa tra la splendida astrazione più reale del reale delle opere d'arte chiamate in causa, Il Codice Da Vinci gira a vuoto. Da un lato la questione non sarà certo risolta in quattro battute, dall'altro lo stomaco dello spettatore sta tanto meglio quanto meno sente espressioni sul tono "Ma allora tu sei l'ultima discendente di Cristo!", quanto più si evitano grandi scene madri in stile "datemi l'Oscar" e sottintesi tipo "la teoria del Sang Real è usata da tutti gli appassionati storici e ha reso Dan Brown lo Scrittore degli ultimi anni, ergo vale tanto".

Ma, in fondo, Ron Howard non è Dan Brown. In fondo, Ron Howard è un genio.
Da Fuoco assassino ad Apollo 13 (per approdare poi al matematico A Beautiful Mind e alla Grande Depressione di Cinderella Man) ha dimostrato di saper miscelare melò e azione, perdendo il suo ruolo accademico così da mettere a repentaglio la famiglia (quella vera e quella da fiction di Happy Days).
Solo una lunga e drammatica colluttazione con le creazioni della sua mente, l'ha portato in tarda età a ritrovare un equilibrio. Ed eccoci al Codice.
Come una volta riuscivano a fare i registi americani degli anni Quaranta, Howard costruisce, fedele all'acclamato thriller eretico, delle tensioni angosciose, quasi estranianti, in cui la potenza dell'intelligenza diventa la fonte di un'allucinazione costante, di uno sguardo perennemente diviso tra purezza e persecuzione, amore e terrore.

Au secours! Au secours!

A proposito di terrore atavico, una delle scene più forti del film è l'autofustigazione del monaco albino Silas, interpretato dall'inglese Paul Bettany (già visto nei panni dell'amico immaginario di Nash, al fianco di Russel Crowe, sempre diretto da Howard).
Quando Hanks/Langdon si immerge nel mistero della piramide rovesciata del Louvre e, in congiunzione con la sua gemella di vetro svettante nel cortile del famoso Museo, questa fornirà al professore la soluzione finale, all'improvviso l'enigmaticità che accompagna tutto il film perde di ambiguità ma si mostra paradossalmente ancor più assetata di Verità.

Gli ambienti parigini, nella cupa fotografia di Salvatore Totino, il direttore della fotografia al quale si devono molte straordinarie immagini di Cinderella Man, The Missing, Ogni Maledetta Domenica e alcuni videoclip dei R.E.M., U2, Bruce Springsteen, Radiohead, possiedono l'aurea claustrale di un'età fantastica, un medioevo irreale che cozza contro le nevrosi della Parigi notturna e ottenebrante, nella quale precipitano a spirale le psicosi di Langdon e della crittografa Sophie Neveu, interpretata da Audrey Tautou (copia perfetta anche se più pallida dell'originale inventata dalla penna di Brown).

Doucement...

In questo tempo in cui la fede tende ad assottigliarsi sempre più, il Mistero diventa l'ultima impronta della divinità e Dan Brown ha saputo fondere, con un ritmo narrativo alla Dumas, il segreto della Gioconda con quello (eterno) del cristianesimo. Ha dato un senso, rilanciando il ruolo della Maddalena, all'ascesa della donna e all'impalpabilità dell'identità di genere maschile nella società contemporanea. Quasi, quasi mi (ri)credo: anche Brown è un genio!

Quando Teabing (Sir Ian McKellen che, durante la blindatissima lavorazione del film, ha tenuto un diario-blog, Teabing's Chronicle, che potete visitare su www.mckellen.com) fa capire a Langdon ciò che "il simbolo" comunica, Hanks si applica degnamente nel concedere al suo personaggio i primi segni di cedimento psichico, logico, raziocinante. Fino ad arrivare, nella sua mente, alla profonda schizofrenia portata sullo schermo da Crowe/John Nash, destinata a mutare radicalmente i connotati della sua vita.
Ecco che Langdon, inesorabilmente, inizia la sua discesa nella follia con il classico ma sempre superbo intreccio da thriller.

Solo chi ne è degno può trovare il Graal.

Nei film di Howard c'è sempre una famiglia o un personaggio sull'orlo della disgregazione e parallelamente un pericolo fisico concreto e letale (l'Opus Dei, in questo caso) che ne minaccia l'integrità. Robert Langdon non fa che prendere a spallate la propria formazione mentre bande di allucinazioni gli tendono continui agguati.

Sono uno spettro.

Il Louvre è l'arena-setting perfetta in cui noi spettatori non possiamo che rimanere attoniti dei guasti di tanti geni e della vulnerabilità dell'identità sia storica che artistica.

Il Nostro Signore è buono e misericordioso.

Invece di essere il simbolo di un'ambizione meravigliosamente realizzata grazie a una determinazione ed energia individuale, i personaggi lasciano allo spettatore del film la sensazione di un'infinita rassegnazione. Paura, senso inaudito di sconfitta, la Gioconda che si mangia (a livello promozionale-iconico) l'importanza de L'Ultima Cena, le autorità ecclesiastiche che soffiano sul fuoco tra corti d'appello e richiami alla moralità: per essere un film da Oscar Il Codice Da Vinci lascia troppe ferite. Troppi sentimenti aspri e abrasivi. Resi ancor più laceranti dal fatto che a dovervi fare i conti sia proprio uno studioso di genio, costretto a fare la spola tra il mondo perfetto delle belle idee dell'arte e quello ambiguo, misterioso e assurdo della propria, ma forse anche un po' nostra vita.

Un po' di fede può fare miracoli.

VOTO: 7

sabato 20 maggio 2006

Ogni autore è pienamente responsabile del contenuto delle sue opere.

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