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Il mercante di Venezia

di Luca Alessandroni

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Trama e recensione Il mercante di Venezia

Metti un sabato sera al cinema da solo. Colpa di Milly Carlucci e delle sue stelle "danzerine" che trasformano la mia casa in una "sala da ballo" (con tanto di luci strobo), e di un'influenza killer che "accoppa" i miei amici (uno pensa di avere la sars e fa testamento). Ed allora "rotta" per l'unica "Neverland" alla portata delle mie tasche: il cinema "scontato" per studenti.

Scelgo "Il mercante di Venezia" dello scozzese Radford con l'aspettativa (poi delusa) di rigodere quel pathos di un Troisi morente in un'ambientazione oleografica insulare (la collinosa Salina delle Eolie). Ma "Il postino" più che un film fu un "one dead man show" che rivisto oggi palesa tutti i suoi limiti. Dieci anni dopo il regista di "Orwell 1984", qui anche unico sceneggiatore, gestisce mediocremente un cast di super stelle (anche se l'unico degno dell'oneroso cachet è un Al Pacino vendicativo ed orgoglioso ma troppo dialettico per il "grande schermo") e sbaglia a non attualizzare un testo "datato" di Shakespeare, "aggiustandolo" per la società contemporanea.

Lo spettatore postmoderno si titilla con la bella Porzia (la desiderata ereditiera Collins, tronista di un "Uomini e donne" shakespeariano con l'espediente dei tre scrigni), sperimenta il disgusto o una perversa libido (come per la sega in "Ken Park") nel bacio virile tra gli amici Antonio e Bassanio (l'unica performance passionale di un Irons "insipido" e un Fiennes solo bello e gigione) e resta ammaliato dai didattici chiaro-scuro di Delhomme nel ghetto dell'usuraio Shylock e in una Venezia notturna di maschere (archetipi) e travestimenti.

Ma il film muore di lenta emorragia interna nel finale dilatato, logorroico e prevedibile; "caricato" da un monologo umanizzante, lo Shylock con cui "empatizziamo" per la lezione americana di sceneggiatura ("occhio per occhio, dente per dente") non riscuote il suo tributo di carne; l'alchimia su cui Radford prolunga la vita del film oltre i limiti umani della sopportazione "non regge" una noia soporifera e, soprattutto, l'aborto della vendetta fisica.

Che resta allora di una serata al cinema? Gli arti intorpiditi da 124 minuti di semi-immobilità, l'odore nauseante del pop corn caramellato ed i gemiti amorosi di due "fidanzatini" che pomiciano.
Almeno loro si sono divertiti, spero!

Voto: 5

mercoledì 12 aprile 2006

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