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Inside Man

del Ladro di Biciclette

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Trama e recensione Inside Man

Nessun dettaglio è trascurabile. Nessun indizio è casuale.

Canestro per Spike Lee che nell'irriverente Lei mi odia aveva dato qualche segno di stanchezza. Con questo film il regista sembra frullare dinamiche già metabolizzate coi recenti In Ostaggio e Il negoziatore. Ma il metacinema è una bautta che regge poco. Invece Spike Lee si dimostra molto abile nel rendere omaggio a un genere, il thriller, umiliato (negli ultimi tempi) dai retaggi tipici del far west americano e da luci stroboscopiche della discoteca ILM (Industrial Light & Magic) che hanno condotto deboli sceneggiature pretestuose verso il più sinistro dei blackout.

Dialoghi sottili e intellettuali, una parata di star di prim'ordine, tensione latente, montaggio e ritmo chirurgicamente molesto ed ossessivo.
Lo spettatore è catapultato, praticamente da subito, nel perverso gioco ad incastro architettato dal brillante criminale Russell (Clive Owen), contrastato dall'intelligente detective Frazier (Denzel Washington), una proiezione del Lyncoln Rhyme, con arti funzionanti però, de Il Collezionista di Ossa, e dalla scaltra signorina White (Jodie Foster). Una scacchiera complessa e priva dei bianchi e dei neri, dove non c'è una rigida collazione fra Bene e Male.

Tagli improvvisi e inquadrature lampo forgiano un senso del tempo frammentato, in uno spazio che si fa sempre più angusto e claustrofobico, dato che la location rimane sempre la stessa: due ore nei meandri della maestosa banca Manhattan Trust.

Un sentimento profondo di lacerazione e di perdita, appena esorcizzato dal sense of humour, e un cinismo grottesco di alcuni dialoghi tarantineggianti, attraversa per intero l'ultimo film di Spike Lee, che ritrae un'umanità (e le politiche che questa si porta appresso) indelebilmente ferita dopo l'11 settembre, nella consapevolezza di raccontare un mondo nel quale homo homini lupus, nel senso innanzitutto di un uomo (Owen) che è lupo a se stesso.

Niente connotazioni geografiche e niente garanzie sul futuro.
Sarebbe troppo comodo e confortante avere a che fare con un nuovo Monty (La 25° ora), avere un pusher sottomano. Un semaforo portatile della moralità, per cui la propria non può che uscirne vincitrice dal confronto. Legalità sulla corruzione? Giustizia sulla disonestà? Speculazioni finanziarie? Tentazioni lolitiche? Sono un peccatore, ma, ehi, non è mica come se vendessi eroina.

Senza Russell, certe tragiche/comiche mancanze sono destinate a crollare addosso ai legittimi proprietari: l'agente segreto, i due poliziotti, gli ostaggi. E non solo a loro. Lo spacciatore – come il rapinatore, lo stupratore di bambini o l’assassino seriale – è il metronomo della cronaca nera, la punteggiatura che permette agli abitanti di una grande città di iniziare bene la giornata, sicuri che c’è in giro qualcuno a cui addossare la colpa. E via, verso arguti attacchi al sociale: forze dell'ordine, mass media, pregiudizi razziali…

Il filmmaker afroamericano appartiene alla scuola "do it your self", "fa tutto da solo". Forse per questo ha avuto il coraggio di fare la cosa giusta: rovesciare il classico esempio ipertrofico di "bank robbery", con l'annoiata rassegnazione di chi è abituato alle polemiche e la seraficità sorniona di chi sa di aver realizzato una delle sue opere migliori. E questa volta non scherza.

VOTO: 7,5

giovedì 6 aprile 2006

Ogni autore è pienamente responsabile del contenuto delle sue opere.

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