Film MachineInto the Wild
di Andrea Sorcinelli
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La vera storia di Christopher McCandless, alias Alexander Supertramp, il "super vagabondo" che dopo un'infanzia frustrata e una laurea conseguita per dovere, abbandona tutto e tutti. Chris, dopo aver vagato due anni per le zone più remote del Nord America, sceglie la sua meta definitiva: la gelida Alaska. Era un po' che Sean Penn non si sedeva dietro la macchina da presa, ed ha deciso di farlo di nuovo per onorare McCandless, una vera e propria leggenda per i vagabondi o gli aspiranti tali di tutto il mondo. Quello che l'eclettico regista-attore ci regala è un sentito e commovente omaggio ad un uomo che, pur di non perire schiacciato dal proprio disagio interiore, trova il coraggio di bruciare tutto e ricominciare da zero, sulla strada. Penn si circonda di un cast ottimo e variegato, ingaggia Eddie Vedder, leader dei Pearl Jam, come compositore di ottime canzoni originali e si lancia nell'impresa. Quello che riesce a mettere insieme, diciamolo subito, è un capolavoro. Penn opta per uno stile registico e narrativo sobrio e "sporco", incentrato sui dettagli più che sui grandi paesaggi. Rifugge così alla tentazione fin troppo facile di "spettacolarizzare" la natura, e sceglie invece di concentrarsi sull'uomo, su un Chris magistralmente interpretato dal giovane Emile Hirsch. E tramite i suoi occhi e le sue parole, il regista riesce a trasmetterci la bellezza mozzafiato di un mondo che in pochi hanno il coraggio di scoprire. Solo per essere riuscito a fare questo, Penn si arrampica su una vetta difficilmente raggiungibile. Ma Into the Wild non si limita a questo. Ciò che fa Sean Penn è riformulare l'intero apparato del road movie. Tramite uno stile registico-narrativo apparentemente poco adatto a questo tipo di storie, avaro com'è di inquadrature di ampio respiro, riesce a dare una nuova veste a questo genere di film; più realistica, più sofferta e gioiosa allo stesso tempo; più umana. Eppure proprio per questo più commovente e meravigliosa. Perché qui si vede chiaramente cosa un uomo è in grado di fare se liberato dalle paure e dalle "gabbie d'oro" a cui volontariamente soccombe così spesso. In ogni sequenza, in ogni avventura, in ogni incontro, riusciamo ad essere non spettatori ma protagonisti con Chris del suo viaggio. Ridiamo e soffriamo con lui. Percepiamo sulla pelle la freschezza della libertà che McCandless si è guadagnato e la paura della solitudine a cui inevitabilmente va incontro. Quando un film riesce a fare questo, si può parlare senza timori di capolavoro, di arte pura al 100%. Christopher disse più di una volta che avrebbe voluto raccontare le sue avventure una volta tornato a casa. Purtroppo non ci è riuscito. Ma Sean Penn l'ha fatto per lui, grazie al Cinema. E così riscatta uno strumento che fin troppo spesso è utilizzato come banale fabbrica di emozioni fittizie per tirar su quattrini. Noi non possiamo che alzarci dalla poltrona e applaudire con le lacrime agli occhi. Applaudire Sean Penn e applaudire Christopher. Voto: 9 lunedì 28 gennaio 2008 Ogni autore è pienamente responsabile del contenuto delle sue opere. |
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