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Jarhead

del Ladro di Biciclette

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Trama e recensione Jarhead

Tutte le guerre sono uguali, tutte le guerre sono diverse.

Non c'è dubbio che quando i critici, la mattina del 19 maggio 1979, videro a Cannes Apocalypse Now, ne rimasero soggiogati. C'era quel now che ti faceva sentire al centro del gorgo, l'apocalisse accadeva nel cuore del momento. Suonava come un ordine - l'apocalisse, ora, per dio! - urlato da un'entità furibonda che si faceva in quell'istante tiranno dei destini del mondo, artefice del disastro. Un comandante che ordinava l'affondamento della nave su cui tutti erano imbarcati. Erano i primi anni 80 e il clima da guerra fredda aveva dato origine, nel 1983, all'inqualificabile The Day After. Con i 54 minuti inediti della versione Redux,l'apocalisse sembrava provenire da un passato sideralmente lontano. Oggi appare come l'epicedio di un'epoca.

Lunedì 20 febbraio 2006 era festa negli Stati Uniti per il President's Day, ovvero il cosiddetto Compleanno di George Washington, che cade il terzo lunedì di febbraio. Quel giorno ho visto Jarhead. Meglio definirlo un film antimilitarista piuttosto che pacifista. Un film sulla follia dell'ammaestramento militare, del cameratismo, dei rapporti gerarchici, del «nonnismo» e soprattutto della guerra.

Lo spunto del film è la storia vera del protagonista, un giovane che sceglie senza molta convinzione la ferma tra i marine (meglio, tra i "jarehead") piuttosto che l'iscrizione al college. Il film ne segue la sua educazione al combattimento attraverso tutti i momenti canonici, dal primo impatto con la disciplina della caserma, l'incontro/scontro con il sergente, l'istruzione all'obbedienza assoluta e alla negazione di sé fino all'esame del combattimento. Un percorso che rimarca definitivamente le ambizioni del regista, un inglese trapiantato a Hollywood che sembra essersi dato come compito quello di affrontare i miti fondanti della società americana: prima la famiglia in American Beauty, poi il ruolo e la figura paterna in Era mio padre e adesso l'esercito e la figura del militare.

I temi centrali attorno a cui ruota il film di Mendes sono essenzialmente l'assenza e l'amplesso.
L'assenza del nemico e le reazioni dei marine a questa.
Se l'assenza in Vietnam era sinonimo di invisibilità e sfuggevolezza, durante la prima guerra del Golfo si fa assenza fisica, impossibilità di contatto, relazione, confronto.
Un contatto assente raccontato da Mendes come un amplesso promesso e mai consumato. Emblematica è la scena in cui i due marine interpretati da Jake Gyllenhall e Peter Sarsgaard tornano, frustrati, dai loro compagni in festa perché di ritorno a casa. Il colpo - in serbo per il nemico - viene sparato in cielo, seguito dall'intero Corpo, in uno pseudo-rituale di masturbazione collettiva. La guerra di oggi non è che un coito interrotto o un processo masturbatorio che comunque lascia insoddisfatti, svuotati. Perché i "jarhead" (letteralmente "teste a vaso", dal tipico taglio alla marine che regala uno forma squadrata al cranio) sono stati liberati anche da quel poco che avevano prima dell'addestramento militare per essere riempiti di un nuovo vuoto pneumatico.

L'operazione Desert Storm inscenata da Mendes è come una grande macchina teatrale piena di effetti trompe l'oeil, una féerie pirotecnica costruita sulla produzione di morte vera. Tutte le ideologie della guerra come spettacolo sono chiamate in causa. Spettacolo, solo spettacolo. Forse il film è prima di tutto una parabola sull'identità e la mutazione dello spettatore, sul suo bisogno di fruire non del "bello" o del "vero", ma sempre e solo di un'eccitazione continua che si appaga pienamente solo quando lo spettatore diviene a sua volta attore, uno dei circenses. Il sergente Sykes e l'allievo Swoff sono demiurghi: muovono burattini sulla scena dello spettacolo, utilizzandolo come unico linguaggio in grado di mettere in circolo e di ridistribuire il potere. In seguito all'invasione irachena del Kuwait, il deserto dell'Arabia Saudita è diventato poco più che la microfisica del potere nell'era dello Spettacolo, quando il dominio si nutre principalmente di visioni.
A riprova che questo è il cinema dell'arroganza del capitale, dei produttori ignoranti, dei registi mercenari, di coloro che disprezzano il pubblico perché qualunque schifezza gli dai quello se la trangugia ugualmente, Jarhead non sfugge ai calcoli perversi, alle indagini di mercato appaltate a folli, ai sogni sfrenati di megalomania tipicamente targati "Hollywood". Nonostante questa pecca, nel suo essere cinema sintomatico del vuoto che ci circonda (e ci appartiene), della nostra condizione postmoderna, la pellicola manifesta un fondo contenente una riflessione stucchevole sulla reificazione dell'uomo, sulla sua riduzione a meccanismo ludico, che trova nella morte del nemico invisibile l'unico modo per affermare (per via negativa) il proprio essere-non essere. Morire... Forse sognare. Oriente e Occidente su questo punto trovano il ponte che li collega.

In conclusione, se da una parte Jarhead è un film che svela pesanti debiti d'ispirazione, rimasticando e riadattando dialoghi, idee e scelte stilistiche di pietre miliari del cinema di guerra come Full Metal Jacket e il già citato Apocalypse Now, dall'altra, risulta lodevole ed originale il confrontarsi con situazioni non ancora "codificate" nei cliché metacinematografici. A cominciare dalla visione collettiva alla proiezione di Apocalypse Now, tifando come allo stadio durante la scena degli elicotteri, per finire con le scene che raccontano l'attesa del combattimento, quando l'esercito americano si raccoglie in Arabia Saudita (la partita a football con le tute antigas a favore degli inviati delle tv ), e, nella parte finale, il combattimento senza combattimenti, attraverso un Kuwait che sembra un inferno dantesco con i suoi pozzi incendiati, la sua pioggia di petrolio e i suoi corpi carbonizzati.

VOTO: 7

giovedì 9 marzo 2006

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