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La Casa del Diavolo

del Ladro di Biciclette

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Trama e recensione La Casa del Diavolo

Avete mai provato a tagliare carne umana con un coltello e a raschiare l'osso che c'è sotto?
Nella realtà, quando qualcuno viene ferito o muore in modo cruento, perde moltissimo sangue. Ci sono fotografie in rete che lo dimostrano. Al cinema, invece, quando qualcuno viene ucciso non c'è spargimento eccessivo di fluidi. Ciò è sicuramente molto economico, ma poco plausibile. Deve aver pensato questo Rob Zombie prima di scrivere e dirigere l'intima orgia di sangue, sesso e risate che accompagna, col suo strascico da successore, uno degli on the road horror più carichi di odio degli ultimi tempi: La Casa del Diavolo (The Devil's Rejects).

Già l'illustre horror satanico de La Casa dei 1000 Corpi si faceva apprezzare per il suo essere allucinato e delirante, seppur non privo di difetti. Un'opera d'arte moderna dai colori brillanti. Prendiamo la questione degli inserti sgranati usati alla pari dei sample (campioni musicali) nella musica industrial: invece di svolgere la storia in modo lineare il buon Zombie ce la condiva di immagini altre e diverse; a tratti sembra di vedere un Warhol alle prese con serial killer et similia, per non parlare della body-art da Grand Guignol e degli schizzi di sangue spruzzati e colati alla maniera di Jackson Pollock.

In seguito a una gestazione complicata e, soprattutto, con la pressante imposizione di dover plasmare qualcosa che assecondasse i gusti della gente, Zombie ha dato vita a una sorta di memoria magnetica del primo capitolo, l'ha rilegata in resina, pietra, denti animali, legno e pelle e ne ha fatto, a suo modo, un piccolo capolavoro minimalista.
Con un prologo che si presenta come un vero assalto selvaggio alla gola, veniamo catapultati nella celebre Casa dei 1000 corpi, dove una task force di teste di cuoio è pronta a sgominare la truce famiglia Firefly. Sulle loro tracce, un cattivo di lusso, lo sceriffo Johnny Wydell, fratello del poliziotto ucciso nel primo film, il cui unico credo è la vendetta a tutti i costi (col supporto della volontà divina, certo). Dopo una mattanza di caduti e catturati, riescono a darsi alla macchia Otis, Baby e il Capitano Spaulding. Da qui inizierà la loro fuga lungo la strada verso l'inferno.

La pellicola è zeppa di amputazioni, torture, sventramenti e altre truculenze assortite (alcune riprese da Non aprite quella porta: a una giovane ragazza viene sadicamente fatta indossare la faccia di suo marito, prima di correre verso il deserto e impastarsi contro un tir).

Qualche scena di sesso e nudo femminile sufficientemente gratuita rende il tutto assai godibile oltre che tecnicamente ben realizzato (i sensi sono violentati dalla fotografia asciutta ma elaborata di Phil Parmet, dal montaggio forsennato, lo split screen, il ralenti e il piano sequenza). Potendo contare, inoltre, su un forte carico d'angoscia e la memorabile sound-track più country che rock (Zombie è, in primis, musicista e front-man di una delle heavy metal band più note e scanzonate, i White Zombie), ne scaturisce un prodotto ibrido e inquieto. Un film maledetto ancor prima di vedere la luce, visti i notevoli ritardi subiti per la sua uscita. Ricco di suggestioni scenografiche, quasi fossero riflesso di un cinema espressionista tedesco tinto di western, la vera forza de La Casa del Diavolo sta nel suo sapore antico, nelle superbe interpretazioni dei suoi attori pronti a ghermire con la loro potenza eversiva il vero terrore che sta nell'inconscio degli adolescenti: la paura di credere nel male incarnato, l'angoscia del cambiamento, ogni regola o censura dettate dall'implacabile superìo sociale. Ma è proprio in questo svelamento, fascinoso e sin troppo esplicito, che sta nascosta la tappa fatale.

Razionalizzando l'irrazionale, togliendo al nostro nero Peter Pan la sua "Isola che non c'è" l'incanto si spezza, la magia evapora, la logica virtuale del rituale chiude il cerchio. Meglio non far finire la favola, invece. Quei corpi nudi, straziati, disumanizzati, ripugnanti, in fondo, ci piacciono così. Ci eccitano. Ci fanno venire la bava alla bocca. Ci conducono in un viaggio spaziale, ascensionale dove il "perturbante" è immerso nell'emoglobina del vuoto della nostra vita, del nostro sguardo purificato.
Io sono il Diavolo, devo ricordarvelo. Io sono il Diavolo. E devo fare il mio lavoro.

VOTO: 8

domenica 14 maggio 2006

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