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La leggenda di Beowulf

di Andrea Sorcinelli

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Trama e recensione La leggenda di Beowulf

Su al Nord è freddo, molto freddo. Re Hrothgar, sovrano della Danimarca, riscalda le sue gelide notti bevendo idromele, cantando e sollazzandosi con le donzelle della corte. Ma il mostro Grendel, non contento di tutto quel rumoroso festeggiare, si diletta a compiere stragi di uomini e donne ogni notte. E così, un eroe viene invocato dal mare; il suo nome, è Beowulf.

Lo sperimentalista Robert Zemeckis torna alla ribalta e continua il percorso di ricerca, tecnologica e artistica, già iniziato con il precedente The Polar Express. Ovvero, utilizza la tecnica del motion capture per creare film in cui tutto è realizzato in computer grafica, dalle location ai personaggi, ma in cui quest'ultimi sono modellati (quasi) alla perfezione sul volto e sui movimenti di attori vivi e vegeti. Questa volta, però, il buon Robert accantona treni incantati, folletti e Babbi Natale per gettarsi a capofitto nella ben più gretta e sanguigna storia di Beowulf. E stiamo parlando proprio di uno dei più antichi poemi epici a matrice nordica giunti sino a noi, al cui immaginario attinse J.R.R. Tolkien per scrivere le leggendarie pagine del suo Il Signore degli Anelli. Prodotto della non facile impresa in cui si è lanciato l'eclettico regista è un film prettamente visivo. La narrazione, comunque ottimamente calibrata e sviluppata, è letteralmente essenziale e la vera protagonista di questa opera è la macchina da presa, che svincolata dalla materialità e guidata dalla sapiente mano di Zemeckis, si e ci permette voli pindarici di ogni sorta, acchiappando lo spettatore e trascinandolo nelle gelide e desolate lande del nord. La colonna sonora dell'eterno Alan Silvestri, inoltre, accompagna splendidamente le inenarrabili imprese di Beowulf e del regista. Nonostante l'impronta chiaramente visiva e spettacolare di questa produzione, gli sceneggiatori sono riusciti a riscrivere un testo arcaico in un'ottima forma filmica, curando la narrazione dove e come serve e conferendo ad ogni personaggio la perfetta profondità psicologica che gli appartiene. Il risultato è un film che funziona. Tecnicamente è tutto perfetto e coinvolgente, e la ricostruzione della cultura nordica appare come una delle più riuscite degli ultimi tempi, a dispetto di una certa plasticosità e senso di finzione dei personaggi dovuto all'uso di una computer grafica non ancora abbastanza matura da permettere un fotorealismo apprezzabile. L'unica vera pecca è l'alter ego virtuale di Anthony Hopkins che non può, non riesce a riproporre quella luce particolare che solo lo sguardo della versione in carne e ossa dell'attore sa esprimere. Molti potranno ribadire che questo è un film scontato, violento, interamente basato sull'azione, a tratti banale e prevedibile. E' vero. Ma pensate forse che il Beowulf originale, quello scritto con pergamena ed inchiostro, sia diverso? Zemeckis ha saputo riproporre un modo di fare e di vedere le cose che è, per l'appunto, epico, nordico, barbaro. E in questo senso trovano collocamento tutte le esagerazioni di cui una pellicola come La leggenda di Beowulf è piena zeppa. Il regista americano dimostra ancora di essere un grande e furbo innovatore, capace di realizzare durante la sua carriera film distanti anni luce l'uno dall'altro, ma sempre accomunati da freschezza, genialità e ricerca tecnico-stilistica che appartengono a pochi.

Sono certo che, se gli autori del poema originale potessero assistere a La leggenda di Beowulf, solleverebbero le loro asce e i loro spadoni al cielo, urlando il trionfo e intonando canti di guerra.

Voto: 8

domenica 18 novembre 2007

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