Negli States di una ventina di anni fa, Chris Gardner, venditore dalle brillanti potenzialità, ha investito troppo denaro su un prodotto troppo inutile: un sofisticato scanner osseo più efficace della normale radiografia e dannatamente più costoso; uno scanner che pochi medici scelgono di acquistare. In piena crisi sia economica che familiare, Chris decide di tentare l'impossibile: farsi assumere come broker da un'importante azienda di intermediazione finanziaria. Senza un soldo in tasca, abbandonato dalla moglie Linda e rimasto solo con il figlio Christopher di cinque anni, Chris intraprende uno stage di sei mesi non retribuito e con scarse speranze di essere assunto al termine.
Il debutto oltreoceano di Gabriele Muccino, ispirato ad una storia vera, parla di felicità, ma la felicità vista nell'ottica del più freddo e crudo "sogno americano": denaro e successo.
Per tutta la durata del film assistiamo all'odissea di un uomo che tenta con ogni mezzo di raggiungere questi due poli, un uomo che strapazza se stesso e il proprio figlio attraverso ricoveri per senzatetto e squallidi motel, nel tentativo di entrare nel paradisiaco mondo degli "strilloni di borsa". Un uomo, il nostro Gardner, che lucidamente commenta il momento della agognata assunzione con la parola "felicità".
E qui Muccino, forse preoccupato di dover/voler piacere al pubblico a stelle e strisce, si abbandona tra le braccia del più bieco materialismo ed individualismo imperante nella società americana, celebrando il successo come essenza stessa della vita umana, chiave di volta per la felicità.
Una buona regia con tocchi di stile interessanti e movimenti di macchina azzeccati (cosa abbastanza insolita nei registi italiani contemporanei) e la commistione di influenze derivanti dal migliore neo-realismo italiano ed elementi tipicamente propri delle storie di formazione americane, ci fanno capire che Muccino è uno che ci sa fare e che può dare tanto, ma non bastano a consacrare una sceneggiatura che procede lenta, a tratti fastidiosamente ridondante, con numerosi momenti morti se si escludono (rare) interessanti riflessioni e (rari) momenti di poesia.
Se il film riesce comunque a catturare e mantenere viva l'attenzione dello spettatore dall'inizio alla fine lo si deve alla sorprendente carica emotiva emanata da Will Smith che, elevandosi al di sopra di un cast altrimenti piuttosto monocromatico, riesce a tenere appiccicati su di se gli occhi del pubblico come miele con le api, dimostrando di essere un grande attore e sapersela cavare anche in ruoli drammatici e privi della solita, stravista e strabordante verve da "duro e puro" che di solito hanno i suoi personaggi.
Un film che fallisce il suo obiettivo, scomodando nobili e nobilitanti concetti quali coraggio, forza d'animo, sogni, speranza, per metterli al servizio di una (lenta) storia di ricerca di successo personale e materiale, mettendo in secondo piano persino l'amore di Gardner verso il figlio.
Resta comunque un indiscutibile valore artistico che risiede principalmente nel lavoro di Muccino e nell'interpretazione di Smith.
Voto: 6,5
sabato 13 gennaio 2007
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