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Man on the Moon

del Ladro di Biciclette

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Trama e recensione Man on the Moon

Andy Kaufman muore l'anno in cui sono nato. Mio padre rimpiange la sua vena da showman. Mio fratello se lo ricorda appena. Invece Jim Carrey non se lo leva più dalla testa. Questo mi spinge ad andare al cinema, nell'aprile ‘99, incuriosito e forse un po' abbandonato alla kermesse celebrativa cucita intorno a "Jim - faccia di gomma - Carrey".

Uscito dalla sala, architettura del sogno, sorrido e penso ad altro; poi nel corso delle giornate successive, ripenso e rivivo. La visione del film mi ha aiutato a rappresentarmi alcune emozioni, ma ha stimolato in pari tempo la mia sensibilità. A casa, sulla scrivania, provo a cercare informazioni correndo sulla rete telematica, aggrappandomi ai primi termini della ricerca che mi vengono in mente: la casa di produzione, Warner; il regista, Milos Forman; il titolo che è anche una canzone dei R.E.M. (Man on the Moon).

La prima impressione che ricevo è di natura quantitativa: in pochi istanti ho di fronte a me molto materiale sul film e sul personaggio principale, più di quanto potevo sospettare. L'afflusso dei dati mi disorienta, e i rimandi continui da un sito all'altro, gli approfondimenti che sottostanno a ogni lemma, mi danno la sensazione di procedere sul palco galleggiante di un cabaret.
Anzitutto si moltiplica all'infinito la mia esperienza di spettatore. Le prime pagine che incontro, i notiziari cinematografici in rete, mi rimandano le parole, le verbalizzazioni degli spettatori italiani. Ma subito dopo incontro le opinioni dello spettatore del Midwest e poi quello dei rappresentanti della platea dei paesi baltici. La mia consuetudine con le recensioni italiane si incrina, nel momento in cui le parole dettate dalla visione si relativizzano a quel modo.

Dal computer escono fatti puntuali - o in attesa di verifica - e soprattutto elementi di conoscenza: le vicende della sceneggiatura del film, la storia delle riprese, la preparazione dell'attore. La voce di chi ha fatto, e non di chi ha visto.
Ammutolito, mi dico allora che, sì, la divulgazione del back-stage è diventata da anni un elemento di promozione del film "d'intrattenimento" e "d'essai", che c'è senz'altro una logica nella selezione dei dati e delle informazioni offerte al pubblico dalla Warner: in fondo, siamo in presenza di un'estensione della cartella stampa e della cosiddetta letteratura grigia che da sempre vengono distribuite agli addetti ai lavori.

E' vero, la qualità del discorso sul film non muta automaticamente. Solo che la riflessione riceve segnali più tangibili e diretti della diffusione planetaria dei film, ed è portata ad accogliere in maniera più naturale gli elementi fattuali della storia della loro lavorazione.

Marzo 2006. Mi collego alla rete per carpire ulteriori notizie che possano difendere alcune tesi criogenizzate nella mente da quando ho iniziato a scrivere l'articolo. Ritrovo le stesse parole e mi lascio andare ai ricordi che sussurrano una melodica nostalgia canaglia. Poi si fa largo qualcosa di nuovo: tra gli hongkongofili è acceso il dibattito sulle influenze reciproche tra Jim Carrey e Stephen Chiau, massimo genio comico di laggiù, specialmente da quando è corsa voce che Chiau avrebbe dovuto dirigere un remake americano del suo capolavoro God of Cookery (1996) proprio con Carrey; e certo 60 Million Dollar Man (1995) presupponeva The Mask, anche se il metodo di Chiau è sempre stato all'insegna dell'accumulo onnivoro e del cortocircuito di significati, mentre Carrey (almeno agli occhi di un hongkongofilo) è stato sempre più costretto, metodico nella sua (finta?) follia. Poi Chiau, nel 1999, dopo una serie di film abbastanza disastrosi e di modeste ambizioni (strano, che alla metà degli anni Novanta la sua megalomania narcisista si era riflessa in film davvero vertiginosi e terroristici, oltre che quasi sempre di grande successo), co-dirige (con Lee Lik-chi) un film quasi pirandelliano, King of Comedy, dove è un insegnante di recitazione che quando fa la comparsa sui set combina solo disastri, e che si trova a dover recitare anche nella vita, in situazioni tragiche; mentre Carrey, in Man on the Moon, incarna un comico, Andy Kaufman (1949-1984), che aveva annullato la distinzione tra gag e vita.

Fan di Stephen Chiau, come Alberto Pezzotta, Pier Maria Bocchi e Andrea Tagliacozzo, ammettono che questa volta Carrey è andato molto più a fondo.
Sarà che Andy Kaufman era un personaggio di uno spessore insolito, sarà che Foreman ha ritrovato lo spirito di un tempo, e che il soggetto non si presta (per fortuna) a spezzare lance in favore delle libertà civili o a fare il bucato delle coscienze; fatto sta che Carrey incarna mezzo secolo di storie dell'arte e grandezza. Kaufman-Carrey è tutto e il contrario di tutto. Come Chiau. Infantile, tenero, svenevole, disarmato e disarmante, cinico, volgare, aggressivo, megalomane. Ma è anche Zelig e Pessoa, maschere ed eteronimi. E' la pop art di se stesso, Fregoli dopo Warhol.
Mentre Chiau ignora il pubblico, Kaufman non dà mai allo spettatore quello che si aspetta, lo combatte in una lotta titanica degna di esser ricordata come l'ultimo avatar del solipsismo romantico dell'artista occidentale.

L'Andy Kaufman di Carrey, i suoi occhi fissi e opachi poi improvvisamente curiosi e brillanti, il suo corpo immobile e goffo poi repentinamente ipertrofico e deciso, segnano la svolta di un artista che sembra aver definitivamente dimesso l'espressività fumettistica dell'alieno di Le ragazze della terra sono facili, dell'acchiappanimali, di The Mask, dell'Enigmista... per non portare più alcun travestimento, ma essere quello che è: un clown triste. Proprio come Kaufman, una faccia vera, seppur assurda, vera come non è mai stata alcuna faccia televisiva, perché accettava i fischi, prendeva schiaffi (veri), perché sosteneva in interminabili silenzi lo sguardo fisso verso il "grande dietro" della tv, che poi siamo noi, anche al cinema, mettendo a nudo la vana illusione di essere invece davanti. Carrey come Kaufman, marionetta senza fili, mangiafuoco di se stesso, a tratti quasi spietato col suo corpo, cinico persecutore dei propri "cancri", che come i veri clown, come l'Edward Bloom di Big fish, non vuole far ridere proprio, ma cerca l'emozione nel dubbio dello spettatore. Il dubbio che in realtà l'uomo non sia mai andato sulla luna...
Un film, di Hollywood, sul disciogliersi dell'Arte e dello Spettacolo nella Vita non è poco.

VOTO: 9

mercoledì 29 marzo 2006

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