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Mission: Impossible 3

del Ladro di Biciclette

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Trama e recensione Mission: Impossible 3

Alcuni aneddoti contro il rischio di una fascinazione eccessiva:
in genere, tra gli action movie americani quelli dispari sono belli, mentre quelli pari sono fatti su commissione e risultano molto meno personali; evitare di esporre solo giudizi "fenomenologici" sulle vostre reazioni di spettatori (è più interessante capire l'operazione complessiva); (ri)trovare il "come funziona" M:I-3 dopo la visione, ghermire il "cosa produce" in termini di senso e di emozione visiva.

Non vi sembra un po' pretestuoso l'atteggiamento del critico che pretende di sapere meglio del cineasta cosa questi avrebbe dovuto fare per restare coerente con se stesso e con la sua presunta "poetica" da serial tv?
Non vi sembra vecchio l'approccio critico che vagola nostalgico di coerenze estetiche e di fedeltà poetiche invece di farsi carico (e di tentare di spiegarsi e di spiegare) le inevitabili discontinuità che si riscontrano nel lavoro di un cineasta?
Il cinema, come la vita, è fatto di salti, di rotture e di incoerenze più che di continuità e di invarianze.

M:I-3 è un film dispari ma resta un lavoro alimentare. Vedendolo, ti sembra che J.J. Abrams abbia acquisito più sicurezza ma che il suo tentativo di trasporre nel cinema americano mainstream le forme e i temi del suo Alias gli sia riuscito poco. Ha perso la plasticità, la scioltezza nella messa in scena. Ci si aspettava tanto a livello di struttura, invece Alex Kurtzman, Roberto Orci e lo stesso Abrams hanno contribuito a banalizzare il tutto. Il risultato è una trama troppo rigida e poco oliata. I personaggi sono unidimensionali, non si prova trasporto, non ti identifichi con loro.
Se togli dal film certi ammiccamenti di stile ed omaggi rivolti soprattutto al primo capitolo, non c'è quasi nulla di personale, e M:I-3 potrebbe benissimo essere un film diretto da Renny Harlin o da Stephen Hopkins: un blockbuster perfettamente allineato con le tendenze dell'industria hollywoodiana. La forma, ahi noi, non fa il contenuto.

Se almeno nel numero due ti ricordavi che uno dei cardini del cinema di Woo è sempre stata la non vulnerabilità dell'eroe, la sua voglia di sacrificio, questo creava un'emozione intensa, perché sapevi che l'eroe poteva morire. Invece qui ci si appiattisce sui codici del cinema americano d'azione. E' impensabile che Tom Cruise muoia a metà film, perciò lo spettatore sa esattamente cosa accadrà. Il fattore sorpresa è cancellato, rimosso. E questo è già accaduto fin da qualche episodio di Alias.

Abrams non convince nemmeno come scelta degli attori. Quando vedi Cruise impegnato in scene di combattimento o di rincorsa ti sorprende per la lentezza. Se calcia un avversario capisci al volo che il nemico è stato aggiunto in fase di montaggio, quando raggiunge il ponte, sale sul tetto di un'auto e spara all'elicottero fa ridere. Non è il corpo che può incarnare la forza e la tragicità di un eroe.

Nello scivolare delle sue abbondanti due ore di durata, la forma perde il pathos e la forza evocativa. Si sta solo attenti a compiacere l'industria. La critica plaudente di questo film, che già c'è, è paradigmatica di come si guarda al cinema oggi. Film ad alto budget come M:I-3, Il Codice Da Vinci e Poseidon sono solo lo specchio dei capitali che li producono. Ma la critica si prostra e giustifica il loro successo con strumenti vistosamente sproporzionati all'oggetto. La solita ratifica dell'esistente.

Si, in queste parole c'è l'eco di una vecchia posizione snobistica e aristocraticistica che ama il cinema solo quando è piccolo, minoritario, marginale. Solo quando lo conosci tu e i tuoi due amici, e il conoscerlo ti consente di autoattribuirti un'identità "forte", basata sul malcelato disprezzo per tutti coloro che non fanno parte della setta iniziatica di quei pochi che attingono al Graal della vera conoscenza filmica.
Per questo, ora più di prima, è giusto sostenere il cinema indipendente, autonomo, autoprodotto. Ma è indispensabile anche porsi il problema del senso che produce il grande cinema commerciale. Liquidare M:I-3 con la formula facile facile dell'appiattimento sul prodotto industriale si rivela essere un esorcismo aprioristico.
John Woo, Brian De Palma e forse anche Abrams non si "appiattiscono" sul capitale, lo usano. Crediamo per un momento a questo. Lo piegano a produrre un senso altro. Crediamo per un momento a questo. E' una posizione molto più "sovversiva" (e all'altezza dei tempi) che non la difesa nostalgica e oltranzista della presunta "purezza" di un cinema d'autore.

Della purezza d'autore non ce ne frega niente.
Vallo a dire però a quei critici che si sono fatti piacere M:I-2 a priori e che parlano di moralità dello sguardo. Potevano anche non andarlo a vedere, tanto si sapeva già quello che avrebbero detto.
Vieni a dirlo a me.

VOTO: Opto per un 5,5 ("Chimera") ma ho ancora tempo per modificare il giudizio su un film che vedrò giusto fra due ore (!)...

sabato 6 maggio 2006

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