Film MachineMonster House
del Ladro di Biciclette
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Ma quand'è che il "vero" è veramente "vero"? Vale a dire: se scopriste che la casa del vostro vicino è un mostro, chi vi crederebbe? Esiste un termine di misura per la veridicità dei fatti rappresentati al cinema? La chiave di lettura del problema è tutta lì, in quel verbo maledetto: "rappresentare". Perché è chiaro che qualsiasi cosa passi per un media finisce con l'essere una rappresentazione, il simulacro di qualcosa che esiste veramente ma altrove. E la riflessione porta inevitabilmente a dubitare di tutto quello che passa per il grande schermo. Se poi per i produttori, Zemeckis e Spielberg, è una questione di etica, direi allora che Monster House per un bambino è più un problema estetico, culturale. Spaventarsi. Un po' alla luce e un po' al buio. Monster House funziona come lo Yumemi-kobo: è un programmatore subliminale di sogni. In questo caso di incubi. Serve cioè a programmarsi incubi su misura. E lo fa animando la casa mostruosa, perno visivo e segreto arcano automaticamente assurto a confine della percezione e dell'immaginazione. Libera odori di morte e suoni, emette lampi di luce colorata e funziona come una sorta di imprinting sensoriale che agisce nell'ultima fase del sonno, quella in cui il vissuto onirico comincia a farsi immagine e lascia tracce che possono diventare ricordi nella vita diurna. La storia in "motion capture" non si nutre solo di immagini, ma della capacità di mettere le immagini in cortocircuito tra loro, e di lasciarle galleggiare dentro un "cuore di tenebra" ambiguo e inafferrabile che nessuna casa, come nessuna macchina da presa, saprà mai programmare a priori. VOTO: 8 sabato 14 ottobre 2006 Ogni autore è pienamente responsabile del contenuto delle sue opere. |
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