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Shutter

del Ladro di Biciclette

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Trama e recensione Shutter

Dal Giappone alla Thailandia, il terrore corre sulle onde del telefono cellulare e, dopo visioni popolate da ghost stories di fantasmi irrequieti perché con qualche conto in sospeso, ora giunge dalla Key Films questo Shutter. Solo che stavolta, l'incubo si rivela attraverso una serie di scatti fotografici pronti a replicare il terrore invasivo promosso dalle spaventose chiamate di The Call o Phone e dai grotteschi video complici del successo di The Ring ed altri titoli della recente covata malefica nipponica. E la qualità si sente: nella tenuta dei caratteri, nella precisione delle atmosfere, nelle variabili messe in gioco da una sceneggiatura forse troppo articolata, ma ben sviluppata e fedele alla regola del genere. Che la macchina fotografica fosse destinata a rappresentare l'ulteriore stadio del terrore nell'immaginario orrorifico contemporaneo era, del resto, ampiamente prevedibile: se l'incubo è qualcosa che attiene alla sfera intima più prossima all'individuo, come non lasciarlo incarnare nello strumento-gadget che rappresenta oggi l'appendice tecnologica più propria del nostro essere (si sa, i telefonini sono ormai tutti dotati di fotocamera digitale). La foto non è che il punto di contatto più personale tra noi e gli altri.

Un film come Shutter sembra lavorare proprio su questo concetto, contando anche sulla regia di due autori, formalmente quadrati per il loro lungometraggio d'esordio, come Banjong Pisanthanakun e Parkpoom Wangpoom, i quali, nella pletora di film horror cui lo spettatore si fa carico annualmente, non mancano di far emergere il ghigno invisibile del cinema thai. Una scommessa vinta anche per i non assidui del Far East Festival di Udine. Qui si aderisce velocemente agli stilemi delle storie di presenze d'ultima generazione adottando una dinamica che lascia trasparire il distacco dell'intelligenza e maneggiando l'ordigno horror in puntuale contrappunto tra rispetto del mandato di genere e ideale insolenza d'autore.

L'intuizione interessante della pellicola riguarda l'ubiquità offerta al terrore dalla Polaroid: essendo un macchinario a sviluppo istantaneo non consente taroccamenti, e poi, per chi resta ancorato a quel tipo di tecnologia come la coppia protagonista, è un prolungamento mediatico capace di rendere straordinariamente vulnerabili. Ma non è tutto, perché Shutter aggiunge all'alchimia anche l'elemento tempo, visto che qui il caso nasce da un passato scolastico che vede coinvolta una solitaria studentessa (interpretata da Achita Sukamana).
Insomma, quella che si potrebbe dire una connessione ad ampio raggio con due degli incubi più profondi e contrapposti: da un lato la minaccia d'origine sconosciuta, inspiegabile e soprattutto ineluttabile, e, dal lato opposto, la (pre)visione della morte di corpi funest(at)i coadiuvata da un passato che riemerge.

I due registi fanno crescere la tensione in maniera discontinua, rallenta e poi accelera, un po' disperde gli elementi e un po' li raduna freneticamente, ma l'effetto complessivo tiene, puntando soprattutto sul sentimento dell'angoscia che attanaglia i personaggi sino all'ossessione, sino alla trasformazione di questi in detective dell'occulto.

L'estro cinico e visionario degli autori, tutto sommato sotto controllo quanto a violenza, si esprime per intero nella metafora (al limite del grottesco) in riferimento all'accoppiamento della mantide religiosa, che nell'impeto della passione divora il maschio, così come la loro sottile vena malinconica va a vestire il giovane personaggio di Tun. Il finale è livido, quasi come l'angoscia che pervade questo film tra l'intimista e l'introflesso, dove i personaggi paiono più chiusi in se stessi e incapaci di fotografare senza sbavature il mondo che li circonda.
Da segnalare un uso sapientemente dosato della musica di Chartchai Pongprapapan e l'incanto di attori terribilmente in parte.

VOTO: 7

lunedì 3 luglio 2006

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