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The New World - Il nuovo mondo

del Ladro di Biciclette

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Trama e recensione The New World - Il nuovo mondo

Un film musicale con 103 uomini all'orizzonte e una principessa Powhatan più totem che donna. Da tempo lamentavamo l'assenza di un cinema dedicato alla limpida voce della natura, al silenzio, all'istinto. Terence Malick ci ha accontentato. The New World è interamente girato con la luce naturale, proprio per immergerci in una realtà il più naturalistica possibile, quella del "nuovo mondo". Il cinema di Malick è prima di tutto nascita, creazione capace di superare la morte con incessanti flussi vitali che trasmigrano e s'incarnano nell'unico essere immanente: la vita in radice, la natura terrena offerta da visioni delineate, in grado di allineare uno sbarco alla musica di Wagner, dipingendo immagini, quadri che fluttuano. C'è la magia dei gesti, degli incontri, furtivi, eleganti e avvolgenti tra lui e lei: sono un esploratore e un'indigena, sono l'amore puro, senza intenzioni, capace di sopravvivere proprio perché esile e tenero concetto.

Pocahontas, il mito di una principessa oltre le razze, sopra i linguaggi, comunica vibrando, con sguardi intensi, dolci, profondi; apparteniamo a lei già dalla prima inquadratura: il primo sorriso immerso nell'incontaminato supremo spazio verde ci cattura e ci inoltra nel tempo, quando il mondo ancora doveva disegnare la sua geografia, traiettorie e mappe incerte, destinate a sbiadire i contorni. Questo è il tempo dove Malick riposa, ascolta, trascina dentro di noi le continue voci fuori campo, veri e propri flussi di coscienza: parole spezzate, dolore e passione, fede e limite diventano i nostri pensieri, poesia declinata dalle immagini.
A metà opera gli attori sono ormai senza forma, olografici, impalpabili. Diretti da Malick come fossero archi, flauti, arpe dove pizzicare il suo strumento, dove scrivere la sua partitura, dove dipingere una storia tra le più delicate e possenti del cinema contemporaneo.
Si può parlare della tecnica virtuosistica, della scelta di girare tutte le scene o all'alba o al tramonto per avere più filtro, immagini più splendenti, nitide come il chiarore; declamare la recitazione, bravissima l'esordiente Q'Orianka Kilcher a soli 15 anni, lodare finalmente Colin Farrell o svelare l'apparizione rapsodica di Ben Chaplin, ma perderemmo il fulcro che in questo film è la poesia, profondamente inattuale, il pensiero avvolgente della filosofia, cara a Malick quanto la vita e l'immensa potenza suggestiva di una storia "fondativa".

L'espressione è cinema. Malick ne coglie ogni essenza e fa dell'animismo e della diversità arte pura, settimo sacro sigillo del suo "nuovo mondo" che rinasce ciclicamente, sradicando l'indifferenza, per consegnarci l'essenza dell'armonia che ci sostiene e inconsapevolmente ci rende vita.

VOTO: 9

mercoledì 23 agosto 2006

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