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The Protector

di Andrea Sorcinelli

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Trama e recensione The Protector

In Tailandia, agli elefanti vogliono bene davvero. Li amano e li considerano fratelli a tal punto che qualche individuo particolare che consacra la sua vita alla protezione degli animali zannuti, come il giovane Kham, è disposto pure ad andare in trasferta in Australia e fare a botte con mezzo mondo pur di ritrovare i suoi due amici elefanti, rapiti da poco simpatici bracconieri.

Dopo Ong-bak - Nato per combattere, il tailandese Prachya Pinkaew torna dietro la macchina da presa con un'altra produzione "made in Thailand", sempre con assolute protagoniste le spettacolari combinazioni di movimento delle arti marziali. Si potrebbe definire questo film come un coraggioso e tutto sommato riuscito esperimento: da un lato ci si tiene sui binari classici e collaudati. Il che significa, visto il tipo di film, che dall'inizio alla fine assistiamo ad una quantità praticamente infinita di combattimenti in cui il giovane Kham, quasi fossimo in un videogioco, picchia a sangue e affronta da solo orde e orde di malavitosi perfidi e schifosi, sconfiggendoli prontamente tutti. Ed in effetti la componente d'azione del film (che comunque, chiariamolo, è la maggiore) si basa su una logica da videogioco che può facilmente infastidire: prima decine e decine di cattivi stupidi, poi sempre meno numerosi ma sempre più furbi, fino ad arrivare al "boss finale". Ma questo è solo un lato della medaglia. Dall'altra, Pinkaew fa di tutto per parlare del suo paese e delle sue tradizioni. Portando sullo schermo la storia di un protettore di elefanti che si reca in Australia, il film mette di fatto a confronto due civiltà. Intendiamoci, questo è un film d'azione, leggero come una piuma; ma proprio per questo assumono ancora più valore le rare e sentite sequenze che toccano in maniera più profonda l'aspetto culturale della vicenda. Il tutto è infarcito da una buona dose di ironia e gusto per l'assurdo e l'eccesso che, più o meno sapientemente infuso nell'ora e mezza di durata del film, arricchisce ed impreziosisce il quadro. Però... però. Però non è tutto bello. Il cast è francamente quasi insopportabile. Pochi attori degni di tale nome, per non parlare del protagonista, Tony Jaa, che si dimostra in più occasioni un grande lottatore ed un abile coreografo, ma che davanti alla camera ha veramente pochissimo da esprimere. La regia è imprecisa e caotica, il montaggio in alcuni casi troppo frenetico e di difficile digestione. Buono l'uso intenso di efficaci piani sequenza durante le scene di combattimento, ma in alcuni casi assistiamo ad una ricerca di dinamicità a tutti costi che spesso rende fastidioso seguire il film.
E poi le scene d'azione, per quanto splendidamente costruite, sono state incaricate di una responsabilità troppo grande che non riescono ad onorare: reggere l'intero film. In mancanza di una struttura narrativa decente e di attori in grado di calamitare l'attenzione del pubblico, ciò che resta di questa pellicola, al di là dei già citati rimandi alla cultura tailandese, sono cazzotti, pugni, calci e acrobazie. Un po' troppo poco per riempire 100 minuti di pellicola.

Insomma, se amate questo tipo di film, dove nulla importa se non le mazzate che si scambiano i protagonisti, rimarrete piacevolmente sorpresi da un film che fa vedere tante, ma proprio tante mosse di arti marziali ma anche qualcosa di più.
Altrimenti, forse è meglio che giriate al largo.

Voto: 6,5

martedì 7 agosto 2007

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