Larry è un povero spiantato, divorziato, con un figlio che non riesce a non deludere puntualmente; patologicamente errante tra lavori diversi e case diverse, appare un fallito agli occhi di tutti, costantemente col portafogli pieno al massimo delle sue parole.
Quando gli viene offerto un "prestigioso incarico al museo di scienze naturali", Larry non ci pensa due volte e accetta. Non può certo sapere che il suo incarico è "banalmente" quello del guardiano notturno.
Non può nemmeno sapere, soprattutto, che a causa di una strana tavoletta egizia custodita in quel museo, ogni notte tutti i suoi inquilini, uomini di cera, animali imbalsamati, tirannosauri scheletrici o miniature che siano, prendono vita...
Se c'è una parola che può descrivere questo film del giovane Shawn Levy è "divertente".
Sì perché a parte il divertimento è una pellicola che offre ben poco.
Intendiamoci, si ride di gusto e anche spesso. Ben Stiller si barcamena egregiamente nel suo solito (forse anche troppo solito...) personaggio tra lo sfigato cronico e l'intraprendente pasticcione, Robin Williams sembra aver ritrovato dopo qualche interpretazione fiacca e spompata un ruolo adatto al suo stile, anche se secondario, e in generale tutto il cast lavora bene, chi più e chi meno. Le idee non mancano, e di sketch divertenti il film straborda. La stessa idea madre in fondo, pur non brillando per originalità, si dimostra vincente: assistere all'ascesa alla vita di tutte le creature di un museo è un gran bello spettacolo per la nostra affamata immaginazione da bambini troppo cresciuti, e la possibilità di mischiare assieme in maniera plausibile clan unni, eserciti romani, compagini di cowboys e chi più ne ha più ne metta dà origine a momenti comici e riflessioni pseudo-serie davvero deliziose. Quello che manca al film, però, è una "ragione di esistere"; un messaggio, un'impronta artistica, qualsiasi cosa che, usciti dalla sala, porti a ripensare a ciò che si è appena visto con un ebete sorriso da cine-dipendente stampato in volto. L'intero reparto tecnico-artistico, dalla regia agli effetti speciali, adempie ai suoi compiti in maniera impeccabilmente formale, senza nulla concedere alla sperimentazione e al tocco personale, e lo stesso si può dire della sceneggiatura, precisa e diligente nel rispetto delle più classiche strutture come solo le stesure americane sfonda-botteghino sanno essere. A parte il tema del museo che prende vita, infatti, tutto il resto è abbastanza inutile: soliti messaggi di disneyana memoria sull'importanza di credere in se stessi, solite zuccherose moralette sull'uomo che tramite il lavoro più umile che si possa immaginare trova la soddisfazione di se stesso e l'ammirazione del figlio. Tutte belle cose, per carità, ma veicolate ed incanalate in forme espressive di sconcertante banalità. Sia per quanto riguarda la struttura narrativa che l'architettura delle scene, Levy è così freddo di inventiva che spesso è imbarazzante per lo spettatore intuire alla perfezione cosa accadrà negli istanti seguenti.
Due ore scarse di pura allegria, che stimolano piacevolmente la fantasia e divertono tra sketch e personaggi sinceramente divertenti e ben costruiti, non mancando di lanciare pure qualche spunto di riflessione, seppur in forma terribilmente scontata e prevedibile. Peccato che non si sia osato di più, cercando di superare almeno qualcuno dei cliché stilistici e narrativi che spadroneggiano ad Hollywood, nell'ottica di confezionare un prodotto più maturo e di più ampio respiro artistico.
Ma d'altra parte si sa... quando il botteghino bisogna sbancarlo a tutti i costi, le regole d'oro sono scritte a caratteri cubitali nella storia del cinema, e non si può certo dire che chi ha lavorato a questo film non le conosca o non le abbia sapute applicare.
Voto: 7
sabato 3 febbraio 2007
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