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V per Vendetta

del Ladro di Biciclette

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Trama e recensione V per Vendetta

Premessa: la voce off di Luca diventa improvvisamente on e rompe gli schemi de L'ottava meraviglia del mondo.

Luogo della narrazione è un'ipotetica Gran Bretagna del futuro, retta da un sistema pressoché dittatoriale a cui il paladino mascherato "V" dichiarerà guerra. Il suo obiettivo? Quello di riuscire a sobillare le masse contro un sistema tirannico per riportare il popolo alla vera libertà.

L'obiettivo del regista è, invece, inquadrare "a sfinimento" la staticità espressiva della maschera indossata da Hugo Weaving.
McTeague evita così inquadrature originali, virtuosismi di macchina adeguati al plot e una composizione d'immagine decente.

Il fondamento storico del film prende dai fatti accaduti nel 1606 (la rivolta della polvere da sparo). Attraverso la televisione, il Cancelliere controlla il popolo.

Anche Costanzo e la De Filippi lo fanno, attraverso le onde della "Santa" Mediaset; e che il televoto ce la mandi buona!

Il film obbliga lo spettatore ad una riflessione non ideologica sull'esercizio della paura per il controllo del potere. Risveglia in tutti noi un senso politico anestetizzato dalle beghe di casa nostra.

Risveglia? Io ero già nella fase REM del sonno dopo l'incipit! Peccato che al cinema c'era gente che disturbava russando...

Ispirato al fumetto di Alan Moore e David Lloyd, "V" prende le mosse da un futuro in cui la Gran Bretagna ha fatto una scelta di autonomia, separandosi dal resto del mondo. Un governo autoritario, retto da un Cancelliere dalla vaga ispirazione nazista e orwelliana, si è insediato "democraticamente" nel paese all'indomani di due stragi di civili che - colpiti dai terroristi - hanno precipitato l'intera nazione nel terrore.
"V", uomo mascherato con il volto di Guy Fawkes, nasconde un doloroso passato e incita il popolo britannico a ribellarsi nei confronti di chi li ha privati di ogni libertà facendo finta di proteggerli da nemici tanto letali quanto enigmatici.

Anche se il principale nemico dello spettatore è la noia elevata alla massima potenza che rimbalza come un pallone da basket, ti stura l'orecchio come il ronzio di un'ape narcotizzata, gonfia i tuoi attributi come mappamondi e li fa girare.

Lo spettatore avrà dinanzi agli occhi, dunque, la sopraffazione sistematica, la violenza, la discriminazione e la deportazione di neri, omosessuali (per chi non ne avesse abbastanza, si legga "Quale gregge?" in MicroMacroLink) e dissidenti politici in nome della "Salvezza dello Stato" e - soprattutto - della difesa della sua tradizione.
Sebbene il linguaggio fatto di disprezzo da parte del governo, nel film, ricordi nel nostro quotidiano, quello di George W. Bush e dei suoi alleati intorno al mondo, uno dei personaggi chiave, Finch (Stephen Rea), s'interroga riguardo la possibilità che un governo compia una delle stragi più efferate della storia dell'umanità pur di prendere il controllo del potere, fondando il suo consenso sul terrore, sull'ignoranza, sulla paura e sulla quieta accettazione dei media che quella propinata dall'Alto sia la pura realtà dei fatti.

Io mi interrogo, invece, sul perché i fratelli Wachowski si siano sì tanto rincretiniti. Sarà forse lo stesso morbo degenerativo di Ridley Scott? Nel caso, Orlando Bloom si liberi dagli impegni!

Una storia figlia delle contaminazioni tra "1984", "Il conte di Montecristo", "Farhenheit 9/11", "The Corporation" contro il pericoloso conservatorismo.
A riprova di quanto la politica sia sempre stata "spettacolo". La politica, infatti, può essere definita come la dimensione in cui si dividono - di solito in maniera ineguale - risorse e rischi.
Il "capo", dal capobranco al presidente Usa, è il centro degli sguardi per definizione, l'elemento attorno al quale tutti riconoscono se stessi uguali agli altri.
C'è una teoria politica, quella sacrificale di René Girard, centrata sul fatto che, quando gli uomini litigano, perdono l'ordine ed entrano in crisi, il sistema più veloce e praticato per ripristinare l'ordine è prendere un uomo e ammazzarlo, ossia trovare un capo espiatorio. Questo è già spettacolo. La politica è spettacolo ed è spettacolo crudele nell'uccisione. Canetti dice che la corte ha la funzione di dimostrare agli uomini che il sole esiste ed è abitabile, anzi è abitato. Basta pensare al trono elevabile di Bisanzio di cui lo stesso Canetti parla. In pieno Medioevo c'è un viaggiatore che va a Bisanzio e si stupisce del fatto che l'imperatore prima gli appare in basso e poi improvvisamente in alto. Il viaggiatore aggiunge di essersi rivolto all'imperatore, ma non direttamente, né l'imperatore gli ha risposto direttamente. Tutto avviene attraverso il "logoteta" (portavoce). Qui sono ben visibili scenografia, drammaturgia e regia della politica. "La pazzia di re Giorgio" è illuminante: la funzione della famiglia reale è quella di farsi vedere: Berlusconi l'ha capito così tanto che si fa vedere e ha acquistato tutti gli strumenti per farlo. La comunicazione di massa è davvero il luogo dell'autorappresentazione.

Non fare il politicante della situazione! A breve esce "Il Caimano"...

Il film è intitolato a "V" attraverso la sua funzione, ovvero la sua azione unica e definitiva: vendicarsi. Vendicarsi contro un governo dittatoriale parafascista, contro una dittatura asettica e feroce, è il governo il fine e la fine della storia, l'alfa e l'omega.

Una giusta vendetta per lo spettatore sarebbe quella di far saltare in aria, con 2020 chili di tritolo, la torretta della Warner Bros. Per l'esplosione si disperderanno negli Studios frammenti di celluloide del finale di "Blade Runner" non imposto dalla produzione.

La morte viene raffigurata in una violenza tanto parossistica quanto figurativa; ma soprattutto contemplata in una dimensione puramente ideale, come funzione primaria della "dramatis personae" (e per chi volesse approfittarne in merito a sagge lezioni di latino libertino, può cliccare su "Memento Mori" in Amorematic).

Il mio dramma è stato quello di assistere alla messa in scena di un fumetto (che è visivo per definizione!) con un'inadeguatezza formale senza (quasi) precedenti. E ciò penalizza una sceneggiatura discreta, forse solo un po' troppo verbosa e ridondante.
P.S. Il "quasi" di prima si riferisce a quello schifo di "Elektra"!

Lo sviluppo poietico non passa per lo spessore psicologico e l'elaborazione lirica, ma per la messa in opera dell'immaginario (ancora dottrinale) del regista, James McTeague, che fa di "V per Vendetta" un'opera a tratti geniale, molto coreografica e sfarzosa (vedi l'ottimo finale con tanti "V" che gremiscono Londra), nella sua diafana pulsione filmica.

Se proprio vuoi mettere in mezzo la lirica, mettiti a cantare "Nessun dorma"!

In "V per Vendetta" è essenziale l'estetismo.

Ma quale estetismo?
Quello dell'Anatra WC che cola lungo la ceramica incrostata di un gabinetto pubblico??

La veste estetica agisce in modo autonomo rispetto ai contenuti. Quest'autonomia del significante ha la facoltà di trasferire l'attenzione dal tempo della storia narrata a quello della narrazione, della frase creativa nel suo farsi.

Mentre normalmente un film tenta di condurre lo spettatore al fianco dei personaggi, perché la loro emotività si trasferisca su di lui, qui si ottengono altri effetti:
- lo spettatore rispetto alla storia si trova come di fronte alla mitologia: non crede alla lettera al racconto, ma al suo significato allegorico (e "V per Vendetta" trasuda retorica da ogni poro);
- l'autore e lo spettatore stanno al di sopra della storia, come un "deus ex machina" (ripeto: per chi volesse approfittarne in merito a sagge lezioni di latino libertino, può cliccare su "Memento Mori" in... ma ormai lo sapete!);
- lo spettatore, grazie all'estetismo, sa che si tratta di finzione, ma attraverso questo riconosce che questa finzione ci coinvolge per ciò che è in grado di comunicarci e farci vivere.

VOTO: 6,5

martedì 21 marzo 2006

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