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Volver (tornare)

del Ladro di Biciclette

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Trama e recensione Volver (tornare)

Da un'intervista a Pedro Almodovar: "E' un momento della mia vita in cui non passa giorno senza che pensi alla morte; e non è un pensiero gradevole perché io sono agnostico: non credo nell'aldilà, non credo che ci sia niente dopo questa vita, quindi la morte non l'accetto, non la capisco. La cosa paradossale è che dove sono nato, nella Mancha, questo è un problema superato: la gente nella Mancha ha una relazione totalmente naturale con la morte, priva di ogni elemento tragico. La morte è una parte della vita quotidiana. Lì sono pronti, in qualche modo, anzi molti hanno già la tomba pronta e la vanno a curare anche tre volte alla settimana come se fosse la loro seconda casa. Con questo film io ho cercato di impregnarmi di questa cultura così ricca della mia terra. Però è anche vero che la protagonista del film è la Donna. La donna è la parte attiva della cultura manchega, della cultura del mio paese. Mi piace molto la prima sequenza del film in cui si vedono molte donne che puliscono le tombe: mi piace perché sono tutte donne vere, sono tutte donne di quel paese, non sono comparse. Vanno spessissimo al cimitero, mentre gli uomini, anche quando sono in lutto, sì partecipano, ma per lo più se ne stanno al bar... Loro non riescono a comunicare con questo rapporto così intenso che invece le donne hanno con la morte".

Ritorna Pedro Almodovar, il regista spagnolo più famoso dai tempi di Luis Bunuel. Dopo aver vinto due Oscar per la sceneggiatura di Parla con lei e per il miglior film straniero con Tutto su mia madre, premiato pure a Cannes per la miglior regia, il grande regista appare anche quest'anno sulla Croisette, tra un Codice Da Vinci, una Maria Antonietta e un Caimano. E lo fa per presentare in concorso Volver, il suo sedicesimo lungometraggio.
Una storia di donne, una commedia che ci riporta alle origini della filmografia dell'autore ma che, inevitabilmente, si ricollega ai luoghi e ai fantasmi dei capolavori più recenti. Senza chiudere il cerchio. Perché qui si parla del grande rimosso: la morte. E il vento, fino all'ultima scena, porterà talmente tanto caos nel reale da lasciare il film senza un finale chiarificatore. Volver significa "(ri)tornare" e forse è per questo che Almodovar ci consegna un'opera autobiografica (è lui il bambino che non si vede, davanti al quale accadono tutte le cose) e ritorna al passato da commedia, seppur mescolata con il melò e un velo di thriller. Ma, con Volver, l'intento è soprattutto quello di far ritorno alla regione della Mancha, legata alla figura della madre del regista e all'universo femminile in generale. Raimunda (Penelope Cruz), Paula (Yohana Cobo), Sole (Lola Duenas) e Irene (Carmen Maura), madre di Raimunda e Sole, si muovono all'interno di un intreccio tanto complesso e circolare quanto misterioso e appassionante. Si, perché Irene per tutti è morta da tempo ma poi ritorna in veste di fantasma per regolare i conti, guarda caso, col suo oscuro passato. La magia e l'arcano prendono corpo quando Sole, Raimunda e sua figlia tornano nella Mancha, per far visita all'anziana zia Paula, accudita dalla vicina di casa Augustina (Blanca Portillo). Anche se tutto il puzzle si ricomporrà nel ritorno finale alla vecchia casa d'infanzia, le donne di Volver dovranno prima fare i conti con l'essenza della morte e con il dramma delle loro vite. Almodovar è bravissimo a non mischiare mai i piani. L'armonia interna è costante e resa perfettamente dai colori (dal nero rosso sangue alla brillantezza del comico puro).

Volver è una pellicola classicissima con particolari accenni al neorealismo italiano, un atemporale omaggio al mondo femminile mediterraneo, ai corpi, ai destini incrociati, un inno alla vita, un horror, un melodico dramma, un tango disumano, un autoritratto, un sesso punitore. Un film che avrà sempre qualcosa da dire.

VOTO: 8,5

venerdì 26 maggio 2006

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