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Elio Petri

di Davide Turchetti

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"Elio Petri è stato uno dei più grandi registi italiani, un autore di valore internazionale, come Rossellini, Fellini, Pasolini".
E a ripeterlo sono nomi del calibro di Bernardo Bertolucci, Robert Altman, Ursula Andress, Flavio Bucci, Dante Ferretti, Giancarlo Giannini, Tonino Guerra, Mariangela Melato, Ennio Morricone, Gillo Pontecorvo, Vanessa Redgrave, per citare solo i più noti che ultimamente hanno commentato l'uscita di un cortometraggio sulla vita e le opere del regista-sceneggiatore romano.

Nel 1961 la censura obbligò Elio Petri a tagliare una scena della sua opera prima, "L'assassino", che lo mostrò sagace nella scelta delle trame, originale nella scelta del linguaggio, abile a dirigere gli attori e si rivelò autore maturo e impegnato, giudicata offensiva nei confronti della polizia. In questa scena si vedeva un poliziotto rimproverato da un portiere per aver sporcato le scale con le scarpe infangate. Una vera assurdità per chi come lui si era tanto battuto affinché la censura italiana si limitasse alle offese contro la morale e il buoncostume.

Nato a Roma il 29 gennaio 1929, mentre è ancora critico cinematografico de L'Unità, nel 1951 inizia a lavorare nel cinema con Giuseppe De Santis, realizzando l'inchiesta giornalistica da cui nascerà "Roma ore 11". Negli anni successivi svolge un'intensa attività di sceneggiatore, soprattutto per i film di De Santis e gira due cortometraggi, "Nasce un campione" (1954) sui ciclisti di professione e "I sette contadini" (1957) sui fratelli Cervi.
Il suo primo lungometraggio, nonostante i problemi con la censura, riceve una buona accoglienza, grazie anche alla presenza di Marcello Mastroianni, subentrato a Nino Manfredi che all'ultimo momento aveva dato forfait. Ne "L'assassino" sono già presenti i due temi su cui graviterà gran parte del suo cinema successivo: nevrosi e potere.
Le sue caratteristiche di autore impegnato giunsero all'occhio del pubblico con "I giorni contati" (1962), film che bene innestava, sulla radice neorealistica, una problematica esistenziale e di indagine sociale con un linguaggio moderno, da nouvelle vague, alla ricerca di uno stile cinematografico personale all'interno di generi tradizionali. In linea con un cinema che fosse strumento di crescita civile, Petri esamina temi di grande attualità: l'ipocrisia e la violenza del potere, la contestazione giovanile, la mafia, la dissoluzione della classe politica.

Come regista deve affrontare non pochi contrasti con i grandi produttori di quegli anni. Dino De Laurentiis gli urla dietro di farsi produrre un film da Togliatti e poi gli fa girare con Alberto Sordi "Il maestro di Vigevano" (1963), mentre Carlo Ponti sembra deciso a rifiutare quell'idea stravagante di "La decima vittima" (1965), se non tenesse così tanto a fare un film con Mastroianni.

Ha più fortuna con quei finanziatori che sono al di fuori del sistema produttivo ufficiale. Con uno di questi realizza "A ciascuno il suo" (1967), prima trasposizione cinematografica di un romanzo di Leonardo Sciascia, e si può permettere di scegliere liberamente interpreti come Gian Maria Volontè, appena reduce dai western di Sergio Leone, e Gabriele Ferzetti, un attore ingiustamente trascurato. Il film, sceneggiato insieme ad Ugo Pirro, lo avvia definitivamente verso un cinema di impegno civile capace di coniugare l'urgenza della qualità con le aspettative del grande pubblico.

Negli anni '70 tornerà ancora a collaborare con Ugo Pirro e Gian Maria Volontè per denunciare sul grande schermo i mali del nostro Paese ("La classe operaia va in paradiso", 1972, Palma d'Oro a Cannes, un film tendente al grottesco, spinto al limite del surreale). Ma prima di allora, vince un Oscar (come miglior film straniero) e il Gran Premio della Giuria di Cannes per "Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto" (1969), storia di un commissario di polizia che, malgrado confessi di aver ucciso l'amante, non viene punito dai suoi superiori, troppo preoccupati di difendere l'immagine e il decoro del loro apparato. Il film ruota attorno al rapporto problematico tra società, nevrosi e potere, temi puntualmente analizzati nella sua produzione. Petri utilizza le nevrosi come mezzo per venire in contatto con il carattere di un personaggio.
Con questi due film, modelli di cinema civile, sanguigno, incentrati sull'alienazione, effettua un'analisi spietata, sembra quasi vendicarsi di quei censori che si mostrarono tanto scandalizzati per un po' di fango sotto le suole.

Prima della sua scomparsa, avvenuta a Roma il 10 novembre 1982, dirige "Buone notizie" (1979).

giovedì 11 gennaio 2007

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