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The power of love

di Davide Turchetti

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Uno dei compiti più difficili dello sceneggiatore è descrivere cose che si possono solo provare o vedere. Un regista acuto e capace riesce a cogliere la profondità di certe parole e a tramutare in immagini cose che non hanno parole tangibili per essere descritte...
Mettete su un bel pezzo nello stereo e seguitemi...

Disteso, sul letto, a pensare.
Scatta la scintilla, le gambe formicolano, le palpitazioni raddoppiano e sembra che il cuore voglia uscire dal torace... Il respiro si fa affannoso e la fretta aumenta. Bisogna uscire di qui...

La mente comincia a tornare a quel momento, gli occhi a rivedere quella luce, il naso a risentire quell'odore.
Devo tornarci.

Sigarette, accendino, documenti, chiavi della macchina. Chiudo la porta alle mie spalle e dopo cinque rampe di scale sono già fuori con la testa della sigaretta che brucia e il fumo che esce dalle mie labbra. Mi guardo intorno, come se qualcuno sapesse che sto uscendo e voglia rubarmi l'atmosfera che mi sono creato e con aria sospetta e riservata mi dirigo verso la macchina.

Il motore e la musica si accendono in contemporanea, parte The power of love, Motel Connection.
Attraverso la Cristoforo Colombo e arrivo sull'Ostiense, la percorro tutta in direzione Centro, subito dopo la Piramide, mi fiondo sul lungotevere, appena superato Castel Sant'Angelo faccio inversione sul ponte e in un secondo sto già salendo la salita che costeggia l'Ospedale Bambin Gesù.
Dopo alcuni tornanti, faccio il giro attorno alla statua di Garibaldi a cavallo e parcheggio sul lato della strada. Attraverso a piedi il sentiero di ghiaia che passa tra le aiuole e i busti di marmo e mi metto a sedere sul ciglio del muretto all'altezza del carcere di Regina Coeli.

Adoro starmene qui a guardare le luci che si rincorrono lungo il fiume, quelle che illuminano le finestre del Colosseo e le colonne bianche dell'Altare Della Patria.
La testa di un'altra sigaretta brucia ancora, faccio un tiro, trattengo il fiato, mentre ne faccio un altro faccio uscire il fumo trattenuto precedentemente dal naso e tiro il mozzicone incandescente nel vuoto sotto di me.

Chiudo gli occhi e prendo fiato.
Soffio in maniera leggera l'aria che si mischia al Ponentino che soffia qui sul Gianicolo, mentre apro gli occhi.
Ci sono istanti che durano una vita, che racchiudono sensazioni provate in un tempo lunghissimo. Ed io mi trovo lì, con il vuoto sotto i miei piedi incrociati che dondolano, le mani congiunte che cadono stancamente in mezzo alle gambe e gli occhi che fissano un punto ma non guardano, perché la testa è da un'altra parte, corre indietro a quando quel luogo era la meta preferita di persone che si volevano bene. Un luogo spettacolare, uno dei più suggestivi del mondo, soprattutto di notte, senza il quale il sentimento che legava quelle persone, non sarebbe stato cosi forte...
Sopra il cielo stellato e sotto Roma.
In mezzo tutto ciò che c'è di più felice al mondo.

lunedì 24 luglio 2006

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