Com'è stato il racconto per immagini del più grande errore degli Usa e della città di New York? Bellissimo: dal caos è sorta la bellezza.
Una ripresa dal basso che taglia un cielo azzurro e un monolite nero che si spinge a oscurare il sole, poi un volo leggero, impercettibile nella sua velocità e nella sua forza dirompente, un uccello che si nasconde, poi il rosso delle fiamme, il fumo, il boato, lo zoom che impazzisce, avanti, indietro, ancora avanti, l'inquadratura che trema, forse qualcuno che corre e scosta l'operatore improvvisato. Questa l'immagine perfetta della tragedia trasmessa da tutto il mondo, subito sostituita a quella sciatta, banale, ordinaria di una camera fissa posta sopra un palazzo vicino che ha documentato il secondo impatto in diretta. Questa l'inquadratura sublime che avevano mancato Emmerich, Bay, persino Tim Burton: sempre troppo vicina o troppo dall'alto la loro, eppure così studiata da sembrare realistica. Adesso sì che ci siamo. E poi quel volo sublime, quel corpo piegato su se stesso, armonico, che scivola sullo sfondo del vetro e dell'acciaio, così bello da sentire il bisogno di fissarne il fotogramma sulle prime pagine, per non perdere la suggestione del chiaroscuro provocato dalle file di finestre in verticale. E poi i vigili del fuoco, i caschi lucidi, i volti provati, che salgono le scale, che spostano detriti, una pietra alla volta, bagnati dall'acquazzone, intenti a bere, a riposarsi, a scuotersi la polvere.
L'immagine del massacro è bellissima. Ma non, si badi, di quella bellezza tragica e assoluta che ha la morte, di quell'armonia che i corpi straziati, bruciati, lacerati, provocano in chi li guarda. Non la bellezza di Goya, o quella di Capa, di Koen Wessing o di William Klein. Perché la morte ha il potere, quando si svela, di rilasciare un fascino assoluto, puro. Definitivo. A patto di guardarla. Quella di New York è una bellezza diversa, è confortante, rilassante, strappa un sorriso di compiacimento. Meglio del cinema: si è scritto che nessuno, neppure il povero Clancy, è mai riuscito a costruire una sceneggiatura così ben congegnata da essere credibile, ma si dimentica che nessuno prima era mai riuscito a riprenderla così bene, a renderla così bella. Principianti gli operatori italiani, quelli che in occasione del G8 hanno riempito lo schermo di visi e corpi contusi, di uomini e donne sdraiate, accasciate, inerti, fissandosi continuamente, ossessivamente su quelle strisce di sangue, lunghe, e pure anche loro così artistiche, che coprivano i muri della scuola.
Dei corpi abbiamo visto soltanto il viso, quello che i parenti stampano su fogli bianchi e che appendono sui muri della speranza: neppure una sagoma, una barella, l'immagine di un resto, di un frammento di carne sul selciato è stato proposto una sola volta in un telegiornale e poi subito rimosso. Voyeurismo? Necrofilia? Si può darsi, la stessa che porta milioni di telespettatori a ore di zapping da uno speciale all'altro per sapere, qualcosa di più, conoscere e, naturalmente, vedere.
Cosa abbiamo visto della tragedia? Cosa dell'attentato al Pentagono? Nulla. L'eco dei razzi traccianti che illuminavano la notte di Baghdad. Ma più belli.
Fa paura la confezione della morte raccontata come in un romanzo di Breat Eston Ellis, mette un'inquietudine più sottile. Fa paura l'idea di sostituire le parole alle immagini, il racconto alla visione, il detto al fatto. Il network Msnbc evitò di mandare in onda le prime immagini dopo i crolli perché riguardavano "sangue e frammenti di corpo", e si è giustificato dicendo che gli americani non sarebbero ancora pronti. Pronti a cosa? A vedere la morte? O ad accettarla? Ad accettare l'errore, l'orrore. Meglio far nascere dall'errore la bellezza, intenzionalmente.
mercoledì 30 agosto 2006
Ogni autore è pienamente responsabile del contenuto delle sue opere.