MicroMacroLink: cinema e realtàCinema, dominatore dei mari
del Ladro di Biciclette
stampa l'articolo - invia ad un amico Poseidone, il dio che non c'era. Basterebbe il titolo, Poseidon, e lo sguardo di Billy Bob in L'uomo che non c'era con la ramazza in mano, quei bianchi che baciano gli scuri. Si, basterebbe questo. Il dio senza qualità, la creatura marina che non c'era e non c'è mai stata, accende, senza volere, la fiamma del peccato: e Wolfgang Petersen fa barba e capelli al cinema mondiale. Vi diranno che è un film catastrofico, che è un esercizio di stile, che è un omaggio elegante ma un po' manieristico: si, ne diranno di cose. Ma parleranno al Vento. Perché Poseidon è voce off, citazioni ricamate sulle corde di un cast perfetto, un'insondabile e struggente malinconia. E' uno scarto, la porta che divide il conscio dall'inconscio, la regata dalla crociera, un attimo sospeso tra l'essere e l'immaginare: non proprio il mondo, non solo il sogno (o l'incubo). Ma una frontiera, sottile, invisibile: è lì che sta di casa Cinema, il dio dei mari. E di mitologia d'acqua salmastra ce n'è a iosa dentro la celluloide e tutt'intorno a noi. Quando ho visto Lo squalo, da piccolo, mi ci vollero anni per capire che ciò che mi aveva veramente terrorizzato era il fatto che Steven Spielberg avesse trasformato l'Oceano stesso in uno squalo. Per la prima ora di film, infatti, lo squalo non lo vedi nemmeno. Dopo tutto, una creatura marina non è tanto paurosa, ma se la rendi un fantasma, se la trasformi in un qualcosa di organico, in un transatlantico, in un ambiente naturale ottieni nello spettatore un sicuro effetto-panico. Affondato il Titanic, Vincenzo Marra ha dato vita al suo primo lungometraggio, Tornando a casa, dove il mare ha una profonda valenza. Il punto di partenza fondamentale è stato quel lembo di mare tra la Sicilia e l'Africa in cui la storia si svolge e che racchiude, come la leggenda greca insegna, tante speranze e tanti conflitti, dei pescatori e dei clandestini. Che cosa sono il mare e la barca? Un monito: "Ricordati, ci sono i vivi, i morti e i naviganti...". Il mare rappresenta una metafora della "non-collocazione" e in esso vivono persone che sono collocate a metà, tra la vita e la morte. Marra fa mangiare, pescare, dormire, ridere, piangere, parlare i personaggi sulla barca, in questa sorta di micromondo sospeso. Uno dei personaggi dice nel film: "Il mare ti è padre e la barca ti è madre". Dinanzi al mare ci si sente un po' cigni. Cigni selvatici. Come Tom Hanks, scaraventato via dal sociale e, nello stesso tempo, riportato in vita dal mare. In Cast Away ci sono doppi, ci sono dediche, ci sono: l'altro (assente) e l'altrove (perduto). L'Occidente e l'Oriente. L'uno e il due. Il naufragio e la lotta. L'attesa e il ricordo. Il pallone e la spada. Quando l'avventura e il fantasy incrociano il mélo, il dio Cinema si rivela l'ultima spiaggia per tutti gli sguardi apolidi e randagi. Per tutti quelli tagliati fuori. Per tutte le anime divise in due. Un aereo perso nella tempesta, che si squarcia in mare, lontano dalla rotta prevista. Un naufrago, abbarbicato a un canotto in balia delle onde, apre gli occhi su uno scoglio di isola, sperduto nell'oceano. Lost. E Cinema si risemantizza affettivamente in un oggetto, per fargli compagnia. Bisognerebbe dargli un Oscar, a Wilson. Per la "miglior interpretazione oggettuale". Bisognerebbe darglielo per la forza con cui sintetizza e condensa in sé la necessità di tanto cinema contemporaneo di non essere più antropocentrico, pur restando inevitabilmente antropomorfo. Wilson diventa l'amico-immaginario di Chuck Noland. No-land, senza terra. E' l'avatar della sua socialità perduta, il simulacro del suo residuo bisogno di relazione. Chuck lo sgrida, gli parla, si confida con lui. Si illude, grazie a lui, che i suoi monologhi possano ancora avere la parvenza di dialoghi. E quando Oceano, fratello di Cinema, glielo porta via, non c'è spettatore che non provi un grumo di commozione di fronte a un distacco che ha l'intensità e l'ineluttabilità della separazione fra un uomo e una donna nella solitudine dello spazio messa in scena da Brian De Palma in Mission to Mars. Commuovere con le cose. Palloni bianchi da volley, conchiglie, scogli, sabbia, argilla... Spogliarle del loro statuto strumentale, di tutto quello che per noi realmente conta e farne poli di gravitazione affettiva. Fare del mare un'immagine. Suggerire che le immagini ci servono, oggi, più delle cose. O che le cose hanno ancora valore solo nella misura in cui diventano immagini. Solo se e quando conservano in sé l'impronta (il sangue) del mondo che le ha generate. Se pensiamo che per più di un secolo il cinema è stato la "cosa" che ci ha presentificato il mondo conservandone l'impronta, Poseidon è allora, davvero, un grande film-epocale sul cinema/mondo. O sulla nostalgia di un mondo capace di farsi cinema. Per noi navigatori/naufraghi in un Oceano virtuale zeppo di cose e sempre più privo di mondo, davvero un film sulla nostalgia. Su tutti i Wilson che abbiamo perso e stiamo perdendo. Nella consapevolezza che non c'è ritorno, mai: dopo ogni naufragio non si torna indietro. Perché ogni ritorno non è che un altro, inevitabile naufragio. giovedì 1 giugno 2006 Ogni autore è pienamente responsabile del contenuto delle sue opere. |
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