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Lettera d'introduzione alla mostra "Shaty Camp Gaza" svoltasi domenica 14 maggio presso la Rocca Malatestiana in occasione di "Made in Daelirium":
Sei anni fa ho cominciato a lavorare con le organizzazioni umanitarie. Sono partita con grande entusiasmo e voglia di fare, di conoscere nuove culture, nuove realtà ed imparare quanto più possibile del mondo. Sono cambiata molto da allora. Da bambina a scuola mi hanno raccontato le guerre con toni di disapprovazione nei confronti di chi le ha architettate e chi ha ucciso, mi hanno insegnato i valori della religione cristiana - ama il tuo prossimo come te stesso, non uccidere, non rubare, non desiderare le cose d'altri... - mi hanno fatto studiare educazione civica e diritto privato per prepararmi alla vita adulta. Quando sono diventata adulta sono andata in Albania, in Kosovo e poi sono arrivata in Palestina. Mi sono accorta che mi hanno sempre raccontato bugie ovattandomi la realtà e facendomi vivere nella falsità. Ciò che ho imparato soprattutto durante gli anni trascorsi in Palestina è che gli esseri umani mentono continuamente quando parlano di democrazia, diritti e dignità umana.
Da tre anni vivo a Gaza, quelli che erano inizialmente i miei colleghi sono oggi i miei amici. Sono felice qua, e mi pare strano che si possa essere felici anche in un posto come questo dove c'è la guerra, la morte, l'intenzione di umiliare e di distruggere. I primi giorni sono stati molto difficili, volevo voltarmi indietro e fuggire da tutto... tutto... non so come definirlo... è qualcosa che dentro mi spegne perché mi fa pensare e credere di essere impotente e devo quindi sforzarmi di smettere di sperare che le cose possano cambiare... perché il cambiamento non dipende da me o dai miei nuovi amici... E così la situazione peggiora ogni giorno davanti ai nostri occhi mentre continuiamo a pretendere una vita normale. È questa sensazione struggente di impotenza che mi spinge oggi a scrivere e che ha spinto molti che sono venuti qua a voler raccontare a modo loro come è la vita in Palestina.
Qua ho vissuto la guerra, la morte, la resistenza, la paura, l'incapacità di avere una fede. Ho conosciuto un popolo umiliato, violentato, de-umanizzato a cui viene negato il diritto di essere libero, ma allo stesso momento un popolo che con incredibile forza, grande fierezza e dignità personale continua a reagire alla vita e a regalarmi un sorriso.
Io sono stata accolta da tutti con rispetto ed ospitalità, sono arrivata nel loro paese, mi hanno accolta nelle loro case e mi hanno fatto diventare parte della loro famiglia condividendo con me i momenti belli ed i momenti brutti.
Durante ore passate aspettando di attraversare posti di blocco, ho vissuto il periodo degli attacchi aerei, delle invasioni e distruzioni, la firma della Road Map e di nuovo attacchi aerei, invasioni e distruzioni, la morte di Arafat, il ritiro dei coloni, nuove azioni militari, la vittoria di Hamas. Si dice che dopo la tempesta arriva il sereno ma qua vige la regola contraria, dopo il sereno inesorabilmente arriva la tempesta.
Gaza è una piccola prigione sovrappopolata con confini delineati da un muro o da fili spinati ad alta tensione. Tutta la striscia si estende su 365 km2, con una popolazione di 1,451,689 persone. Tale è la densità di popolazione che le case si estendono verso l'alto dove ogni piano è abitato da una nuova generazione della stessa famiglia quasi a voler simboleggiare il passare del tempo.
Fino a qualche mese fa, prima del ritiro dei coloni e dell'esercito Israeliano non tutta la terra era raggiungibile o perché occupata o perché troppo pericoloso avvicinarsi e le strade principali erano interrotte da posti di blocco israeliani. In novembre per la prima volta da quando vivo qua ho visitato quei 54 km2 occupati dai militari e coloni israeliani. Ho visto Mawasi, il mare di Rafah e Khan Younis, ho percorso tutta la Salah ad-Din Road, la strada che attraversa tutta la striscia di Gaza, sono entrata in Khan Younis senza attraversare il posto di blocco di Abu Holy che per anni è stato il mio incubo, ho guardato le case palestinesi da dove venivano quotidianamente bombardate dai muri di cinta delle colonie, ho visto come vivevano i coloni, le loro case e negozi ed i bunker sotto terra, ho visitato quei villaggi palestinesi che per anni sono stati tenuti isolati dal resto della striscia di Gaza perché dentro quei 54 km2.
Ma come dicevo prima dopo il sereno qua arriva la tempesta... tutti speravamo che con la ritirata degli israeliani da Gaza avremmo cominciato a vivere in un ambiente più tranquillo senza la costante minaccia israeliana. Invece la situazione negli ultimi mesi è ulteriormente deteriorata. Dopo un periodo di bombe sonore che per giorni hanno scandito le ore, come i campanili delle chiese, oggi viviamo con in sottofondo boati di esplosioni dalle "green line" e "no go area", così dichiarate dall'esercito israeliano - attraverso una pioggia di volantini gettati nelle zone abitate da elicotteri militari - e che coincidono con le linee di confine tra Israele e Gaza. Queste zone che in alcuni punti sono abitate e che fino a novembre non erano zone a rischio ora sono seminate da frammenti e schegge di bombe. Qua si trova un asilo con cui noi lavoriamo ed i bambini di questo asilo ci hanno regalato pochi giorni fa un quadro la cui cornice è fatta con le varie schegge raccolte intorno all'asilo o alle loro case. Chi vive lì, tra cui anche nostri colleghi, dormono con le valigie pronte in caso venga loro imposto di evacuare improvvisamente. Gli adulti vivono una condizione di forte stress spesso esploso in reazioni violente come le faide familiari scoppiate per futili motivi ma che hanno paralizzato due villaggi per settimane. I manovali palestinesi in Israele non stanno lavorando, le dogane commerciali per l'esportazione di fiori e fragole principalmente e per l'importazione di tutti i beni alimentari, materie prime ed altro destinato al commercio sono rimaste per lunghi periodi chiuse. L'apertura di Karni (il passaggio doganale a Est della Striscia e gestito dalle autorità israeliane) durata solo pochi giorni e solo per beni in entrata non è stata sufficiente per rifornire i negozi alimentari. Il prezzo dello zucchero è duplicato, la farina è finita. I prezzi di frutta e verdure sono scesi ad un terzo e tonnellate di ortaggi e frutta vengono buttati perché deteriorati. Il prezzo di benzina e gas è aumentato. I taxisti hanno cominciato a protestare lungo le strade di Rafah e Khan Younis contro l'autorità che ha permesso l'aumento del prezzo della benzina paralizzando la mobilità di chi non ha altri mezzi per raggiungere scuola, posti di lavoro, mercato. La disperazione è chiara e si legge in atti come i rapimenti di internazionali dove in cambio si chiede un lavoro presso l'autorità.
Ma, a parte la grossa crisi umanitaria che la popolazione sta vivendo ciò che più ci tocca è la condizione psicologica dei bambini che vivono nelle zone sotto continuo attacco. Alcuni degli asili dove noi interveniamo, cercando di aiutare i bambini a superare il trauma della guerra, non sono più accessibili o se ancora accessibili vivono in condizioni di coprifuoco e bombardamenti durante le ore pomeridiane e notturne. I bambini si fanno la pipì addosso senza apparente motivo, quando entriamo negli asili si spaventano e reagiscono irrigidendosi davanti a noi stranieri. I genitori di questi bambini hanno subito la guerra quando erano bambini anche loro e oggi non sanno come aiutare i loro figli a diventare adulti senza paure. Le mamme ci chiedono consigli su come comportarsi con loro, i padri sono stati privati dal loro ruolo di protezione della famiglia.
Una recente intervista con psicologi e psichiatri di MSF ha messo in luce il problema oramai dilagato della mancanza di figure di riferimento per i bambini e gli adolescenti palestinesi, situazione tale che potrebbe quasi sicuramente portare i giovani ad identificare queste figure di riferimento nei martiri o combattenti per la difesa della popolazione.
E nonostante questo durante questi mesi i vari governi ed i principali donatori dei progetti umanitari in Palestina, come ad esempio la comunità europea, si trovano in una condizione di riflessione a causa della recente vittoria di Hamas - eletto democraticamente dalla popolazione palestinese, che ha portato ad un vero e proprio embargo finanziario. Così facendo hanno lasciato quella parte della popolazione locale innocente e vulnerabile senza alcuna protezione né supporto ad esaurire le proprie risorse, a non saper più come fare per sopravvivere e per garantire cibo, salute e istruzione ai propri figli. L'embargo finanziario ha fatto sì che gli impiegati statali non ricevano salario da più di tre mesi. Molti insegnanti hanno smesso di lavorare, gli ospedali non hanno più fondi per sostenere i costi di gestione, molta gente è morta senza poter essere curata. In questo modo non solo tutti i diritti umani sono violati, ma la stessa vita umana è messa in pericolo. Dopo anni di interventi di cooperazione internazionale che promuovevano lo sviluppo in tanti settori si è tornati a parlare di pura emergenza umanitaria, vanificando sforzi ed investimenti miliardari. Ora la comunità internazionale sta decidendo se l'emergenza debba ricoprire anche la sfera psico-sociale oppure no.
E se tutto questo può sembrare impossibile sappiate che è solo parte di ciò che avviene qua.
La vita in Palestina è una altalena. Qua si racchiudono mille storie e le più incredibili le raccontano sicuramente tutti quelli che una volta vivevano in quella terra che ora è chiamata Israele e che oggi affollano i campi profughi. Chi vive qua ha dovuto ricostruirsi una vita dal niente dopo aver perso tutto ciò che possedeva, tranne i ricordi che sono diventati storie da raccontare. Gli anziani sono gli unici che hanno la memoria visiva della loro casa, città e vita prima della fuga. I giovani sono portatori dei ricordi dei loro nonni. Questi ricordi si tramandano simbolicamente con una chiave, la chiave della casa che non abitano più e che oggi è vissuta da una famiglia diversa, la quale a sua volta ha voluto dimenticare come e perché oggi si trova lì. Questa chiave gli anziani la portano al collo per poi darla in consegna ai loro figli. Oggi loro vivono in quei luoghi che i loro nonni hanno raggiunto a piedi per continuare a vivere, i campi profughi. I campi profughi a Gaza sono "anomali" se si considera la funzione di questi luoghi di accoglienza temporanea allestiti per chi è costretto ad abbandonare la sua casa. Generalmente vengono allestiti con tende adibite a casa o cucina o infermeria ecc., i vicoli che attraversano le tende sono stretti senza nome, non ci sono reti fognarie, acqua corrente, elettricità. Infatti nel 1948 quando sono stati allestiti d'emergenza i primi campi - a Khan Younis e Gaza città zona Shaty - erano così. Nel 1952 le tende sono state sostituite da case costruite con mattoni e fondamenta perché forse era già chiaro che chi fu costretto ad abbandonare la sua casa ed a lasciarvi dentro tutti i propri averi, non vi sarebbe tornato mai più. Nel 1972 sono state costruite le reti fognarie e oggi l'acqua arriva in ogni casa. Ma i vicoli che attraversano le case non sono diventati strade, sono ancora stretti e non hanno nome. Qua la vita si racconta attraverso schiamazzi di bambini, disegni sui muri e panni stesi. Questa è la storia che Gabrio e Hazem hanno voluto raccontare.
Dominique L. Sbardella
Cooperante del CRIC Centro Regionale d'Intervento per la Cooperazione
lunedì 22 maggio 2006
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