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I giorni di Napoli

di Rosa Cassano

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I giorni di Napoli

"In guerra sono tutti in pericolo, tranne quelli che hanno voluto la guerra"
(dal film "I due orfanelli")

Napoli non la conosco, ho visto film, letto articoli, niente di più. E' difficile avere un giudizio netto e chiaro sulla città del golfo senza cadere nel retorico, nello stereotipato. L'emergenza è ritornata a riempire i titoli dei giornali e delle trasmissioni televisive, si parla di questione meridionale, di un eventuale intervento dell'esercito, di scolarizzazione, delle colpe dell'indulto, della mancanza di lavoro, del lavoro nero, d'illegalità, di pizzo, di sicurezza. I temi abbondano, i dibattiti si accendono, don Ciotti convoca gli Stati generali dell'Antimafia e intanto Cirino Pomicino (Nuova Dc) e Alfredo Vito (FI) entrano ufficialmente nella Commissione antimafia, probabilmente perché grandi conoscitori anzi esperti in materia di crimine organizzato, essendo stati tra l'altro condannati in via definitiva per finanziamento illecito al partito l'uno e per corruzione l'altro.

Ma d'altronde viviamo di contraddizioni, la coerenza è fuori moda, non fa audience e non diverte. O forse è il contrario, forse le nomine dei due pregiudicati sono frutto di una inappuntabile coerenza, quella che ha contraddistinto la politica della nostra cara repubblica fin dalla sua nascita, quella che rende onore a personaggi legati indissolubilmente alla mafia come l'immortale Giulio e l'onnipotente Silvio.

Intanto a Napoli, come in tutta la Campania, si muore soffocati dai rifiuti ammassati sulle strade, sempre lì di fronte alla fermata dell'autobus o sotto il balcone di casa, a ricordare che tutto è fermo perché così deve essere. Le montagne di pestilenziali sacchetti di plastica sono una minaccia e un monito per chiunque abbia voglia di cambiare le cose. Il cattivo odore porta la firma della camorra che comanda e uccide senza trovare ostacoli di nessun genere, infiltrandosi ovunque ci sia una torta da spartire, un appalto da aggiudicarsi, una poltrona da occupare.

Lo Stato continua ad agire attraverso l'azione di costose e inefficienti commissioni ad hoc, i finanziamenti per il miglioramento dei servizi ai cittadini finiscono sempre nelle mani sbagliate, una miriade di comuni campani si sciolgono a causa delle infiltrazioni camorristiche.

I napoletani sono abituati a tutto questo, sono nati e cresciuti in situazioni simili, Bocca parla bene quando dice che Napoli è "composta da troppi cittadini impigliati nei vizi della Camorra" e che di conseguenza è impensabile che voglia ribellarsi contro se stessa. Ma dovrebbe anche dire che chi vive governato dalla violenza non ha mezzi sufficienti per poter cambiare le regole della convivenza, i napoletani si sono semplicemente adattati al modo di vivere che da sempre hanno sotto gli occhi, come del resto facciamo un po' tutti noi. La Camorra è una realtà centenaria profondamente radicata nella regione, un potere orizzontale che oggi conta circa 200 famiglie che periodicamente si combattono per il controllo del territorio uccidendo il tuo vicino di casa che magari passava di lì per caso. Vorrei ricordare al sig. Bocca che ribellarsi quando ci si trova di fronte la canna di una pistola o qualcuno che minaccia di far fuori tutta la tua famiglia fino all'ennesima generazione non è cosa semplice. Così come è improbabile pensare che l'autorità civile possa in qualche modo aiutare i cittadini che intendono ribellarsi, vista l'evidente collusione tra i due poteri.

Non immagino come si possa vivere a Scampia, Secondigliano, Forcella, tra morti ammazzati e sguardi che si abbassano per non morire, non rassegnati ma spinti dalla voglia di sopravvivere comunque alla merda che li sovrasta.
E al contrario di ciò che Bocca afferma, non penso che la realtà della città assediata dal "Sistema" sia immutabile, o almeno, lo sarà finché la legittimazione della prepotenza resterà nascosta tra le pieghe di una legalità su misura, che diventa scudo per i potenti e arma contro i sopravvissuti.

mercoledì 29 novembre 2006

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