Un giorno, poco tempo fa, mi trovai a ricercare sull'enciclopedia il significato della parola "Kamikaze".
"E' una parola giapponese, di solito tradotta come vento divino che entrò in uso per indicare il nome di un leggendario tifone che si dice abbia salvato il Giappone da una flotta di invasione Mongola inviata da Kublai Khan nel 1281. In Giappone la parola "Kamikaze" viene usata solo per riferirsi a questo uragano. Internazionalmente questa parola viene generalmente riferita agli attacchi suicidi eseguiti dai piloti giapponesi contro le navi alleate verso la fine della Campagna del pacifico nella Seconda Guerra Mondiale". Così recitava il testo. E tra stupore e terrore, proseguii nella lettura. "Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, il termine "Kamikaze" è stato applicato ad una varietà più ampia di attacchi suicidi, in altre parti del mondo ed in altre epoche. Esempi di queste includono Selbstopfer nella Germania nazista nella Seconda Guerra Mondiale ed attacchi terroristici come quelli del 11 settembre 2001 o gli attentati suicidi in Israele da parte dei palestinesi autoesplodenti".
Un giorno, sempre poco tempo fa, mi trovai in una situazione molto sconveniente assieme al mio amico Lorenzo F.
Ero sul treno, andavo verso nord. Già la casetta abbandonata che apre alla vista del mare svaniva all'orizzonte, quando mi accorsi che un terrorista di Al Qaeda era seduto poco lontano dal mio posto, proprio in uno dei sedili centrali del vagone. Appena vidi quell'uomo, capii subito che si trattava di un fondamentalista islamico, in viaggio con l'unico scopo di fare un attentato su quel treno, non appena si fosse fermato in una stazione importante. I tratti somatici erano inconfondibili: era biondo, slanciato e molto magro, due occhi blu scuro erano coronati da lunghe ciglia che bene si sposavano con la fine eleganza della bocca. Portava il pizzetto, e i capelli rasati - ma il taglio era di qualche settimana. Pensai: "Quale travestimento migliore di questo, per un terrorista arabo!". Inoltre altri fattori concorrevano allo smascheramento dello sciagurato: si trovava proprio nel mezzo del vagone centrale, dove un'esplosione avrebbe spezzato a metà il convoglio, con le conseguenze più devastanti. Ma la cosa che più mi persuase circa la sua identità, fu il constatare che egli non aveva con sé nessun bagaglio. "E per forza!", considerai, "i Kamikaze non hanno bisogno di valigie per compiere la loro missione: l'esplosivo lo portano nascosto sotto i vestiti o allacciato alla cintura". Alla stazione seguente salì un gruppo considerevole di giovani, forse una scolaresca, e il vagone, da vuoto che era, presto si riempì. La situazione era grave. I ragazzi ridevano, scherzavano e non si rendevano minimamente conto del pericolo che incombeva su di noi; nemmeno Lorenzo sembrava curarsene.
Forse la cosa migliore da fare era quella più avventata: un'azione di eroismo, di quelle da film. Risolsi che avrei aspettato il momento buono per bloccare le mani del Kamikaze, in modo da impedirgli di azionare il detonatore, per poi immobilizzarlo, in attesa dei soccorsi.
La mia agitazione non passò inosservata sotto gli occhi degli sventurati compagni di viaggio. I giovani accompagnatori e Lorenzo erano incuriositi dal mio stato. Ma come era possibile che non capissero? Erano anche loro - quelle menti vergini - sorde a quanto accadeva? Pure loro avevano disastrosamente esorcizzato la diuturna presa di coscienza a cui ci chiama il Medio Oriente, quella della nostra precarietà, sotto i motti mediatici del "continuiamo a vivere, fermarci a riflettere sarebbe darla vinta a chi vuole rovinarci l'esistenza"?
Solo l'arabo non si era accorto della mia trasfigurazione, lui guardava fisso il mare - e sono sicuro che, tra sé, pregava Allah.
L'occasione per agire non si fece attendere. Proprio come un viaggiatore stanco di stare per lungo tempo nella scomoda posizione a cui costringono i nostri interregionali (egli riuscì ad imitare perfettamente questa condizione), l'attentatore si alzò in piedi: aveva di certo deciso che quello era il momento buono per compiere la propria missione. Mi sembrava di sentire propagarsi dalla sua testa i versi del Corano che sicuramente stava recitando prima del sacrificio estremo, e rimbombavano dentro il mio cervello.
Da seduto, con un colpo di reni slanciai il tronco verso di lui, gli afferrai le mani, mi alzai - i bambini, attoniti, avevano smesso di fare chiasso - lo immobilizzai contro il sedile e, preso dalla concitazione, premendo la pancia sulla sua schiena, lo riempii di botte sulla nuca. Quando le mani, impegnate a bloccare le sue, non mi bastavano, lo prendevo a morsi, a testate... tutti ci guardavano confusi - ancora non capivano, non capivano! Continuai a battermi valorosamente per alcuni istanti, ma il mio gesto di eroismo fu inutile: con un guizzo si liberò il braccio sinistro, poi la mano alla cintura e... tutto si spense. Mi svegliai in un letto bianco. Non capii subito di essere vivo, e ancora oggi che scrivo queste righe non mi capacito di come sia potuto uscire incolume da quella vicenda. Ero in un letto bianco, dicevo, e ogni cosa intorno era bianca, anche le persone, i vasi, i fiori. Ero vivo! Avevo riportato solo qualche graffio a seguito della lotta. Mi ero salvato dall'esplosione. Miracolosamente! Nel volto di tutti i presenti lessi compassione e pietà quando, costernato, li feci partecipi della triste sorte che era toccata alla comitiva. Compreso Lorenzo.
martedì 11 luglio 2006
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