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MicroMacroLink: cinema e realtà

Signs in the Village of an Unbreakable Lady with the Sixth Sense

del Ladro di Biciclette

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Cleveland Heap è il tranquillo e modesto custode del complesso residenziale The Cove. Una sera, insospettito dagli strani rumori provenienti dalla piscina, vi scopre una misteriosa abitante: si tratta della ninfa Story, un personaggio delle favole che sta tentando di rientrare nel proprio mondo. Cleveland, con l'aiuto degli inquilini, tenterà in ogni modo di proteggere la delicata creatura dalla minaccia di esseri malvagi.
Non credere è peccato mortale nel cinema del regista indiano M. Night Shyamalan.
Con il suo nuovo film torna sulle paure di The Village cambiandole di segno, sovvertendo le regole, giocando a rimpiattino coi suoi cliché e le sue (a volte risibili) metafore. Trasformandole in punto di partenza per una nuova umanità.
Anche qui, dopo Il sesto senso e Signs, un film a metà tra l'horror e il fantasy, che riflette sulla morte, anche qui una storia di fantasmi, anche qui, soprattutto, un "coup de théâtre" che ribalta il senso della storia nella storia raccontata. Eppure se c'è qualcosa che realmente accomuna Lady in the water ai precedenti film del regista è un elemento particolare, quasi trasversale, di tipo (si passi il termine) ontologico, le proposizioni gnoseologiche messe in essere. Tradotte in Story. E' un elemento che probabilmente salta agli occhi proprio grazie a questo accostamento e che illumina di una luce un po' più definita la produzione degli Shyamalan delle origini. Probabilmente è la solita aberrazione critica che vorrebbe vedere ovunque ciò che si cerca, ma ci sembra che in realtà tutti gli Shyamalan tematizzino nei modi del cinema hollywoodiano i processi di autoconsapevolezza. Il sé non ha prove esterne, quelli fenomenici sono dati che non dimostrano nulla sulla propria esistenza reale. E' un sapere intimo, racchiuso nelle fauci idrauliche della piscina collettiva, non può derivare da elementi estranei che sono piuttosto una molla, il reagente di un esperimento condotto in laboratorio. Il mondo non pare esistere, la realtà esterna c'è solo come universo (illusorio?) nel quale agire.
Fin dall'inizio quella che si percepisce in Lady in the water è una sorta di pretestuosità di fondo, come se tutto fosse in funzione di qualcosa che ancora ci deve essere mostrato. Così se Cole è la molla di Malcolm (Il sesto senso) ed Elijah quella di David (Unbreakable), la ninfa diventa una sorta di pretesto per la trasformazione di Cleveland e, utilizzata come tale, piegata all'esigenza di coscienza del protagonista, sparisce senza molte spiegazioni quando il suo compito finisce. Si dirà giustamente che in tutti i film che implicano un confronto con la diversità o l'alterità il protagonista compie un passaggio simile a questo, ma qui ci sembra che le cose siano più marcate e che tutto venga ricondotto a un principio ontologico più maturo, più intimo.
Shyamalan è un bambino alle prese con i propri mostri, con una cultura che ha recepito fin dall'infanzia. Le sue sono ossessioni tipiche del mondo anglosassone: i fantasmi, i supereroi, gli extraterrestri, le fiabe nere; ossessioni con cui gli Stati Uniti hanno ingrassato il proprio cinema nutrendo generi prolifici di spettacolo. E' come se Shyamalan, diventato adulto, non si fosse liberato di quei tarli e li avesse piegati a una nuova matura consapevolezza, li avesse sfruttati per costruire testi accattivanti che non rinnegano il genere, preferendo piuttosto tirarsene fuori. Il sesto senso non è propriamente un film horror, Unbreakable non è propriamente un film fumettistico, Signs non è propriamente un film di fantascienza, e così via. Shyamalan non è un bambino diventato adulto ma un adulto che non dimentica di essere stato bambino, per cui assume su di sé la responsabilità di chi quei temi può farli ancora suoi se rivisitati con una sopraggiunta maturità.
Attraverso la cultura popolare Shyamalan cerca di dimostrare la presenza nella vita di tutti i giorni di una verità nascosta, la possibilità di una realtà altra. La presenza aliena (nel senso letterale del termine, che siano dunque fantasmi, eroi, extraterrestri, ninfe) è innescata nella quotidianità a rompere un equilibrio domestico già precario. E' un principio di reinterpretazione, il tentativo di spiegare e dimostrare in che modo il mondo o l'alterità si offre a noi attraverso simboli, leggende o metafore. Il problema diventa sempre quello di vedere, e di accogliere in particolar modo. Di convincere se stessi a guardare dietro l'apparenza e i fatti per scorgervi un disegno diverso, forse divino. Metafora trita del cinema che vorrebbe dirigere il nostro sguardo? Mah, fatto sta che, ad esempio, raramente abbiamo visto al cinema piegare l'universo dei comics e delle favole all'intrecciarsi realistico tra bene e male e ci pare interessante trasformare la storia di una creatura avulsa dal nostro mondo nel dramma intimo di un condominio (specchio inzaccherato della società in cui viviamo) in cui vegetano persone racchiuse in quattro mura. Da un punto di vista meramente formale le armi che il regista utilizza sono in realtà assai semplici, volte a stimolare l'attenzione dello spettatore e a inchiodarlo sulla poltrona. E' un processo di spettacolarizzazione consapevole che non nega i presupposti in cui si innesta cercando di innalzarne la portata drammatica e narrativa utilizzandolo come pretesto e reinterpretandolo con uno stile rinnovato, caustico. Alleggerisce poi la grevità di alcuni sottotesti utilizzando la presenza iconica di Bruce Willis, prima, quella immaginaria di creature buone e cattive, ora. La luce è tagliata, espressionista. The Cove è riempito di televisori. La ninfa non si lascia vedere. Siparietti comici e teneri contrappuntano il dramma di alcune situazioni. Trasformazione postmoderna delle strutture drammatiche, inclusione moderna di elementi metatestuali, rinnovati ipertesti tematici.
In Lady in the water, tutto procede per accumulazioni che non portano a molto e l'entrata in scena dell'essere malvagio rovina presto anche quella sensazione di leggera inquietudine che l'oscurità ci aveva regalato.
Per apprezzare l'ultimo film di Shyamalan occorrono molti sforzi, davvero. Uno in particolare. Forse il più elementare. Essere sacerdoti della storia. Credere. E in un momento molto impetuoso come questo, dove stinte vignette islamiche ritraggono papa Ratzinger in pose di un gusto aberrante e la Fallaci spegne la luce all'indice del suo Alieno, credere è un'operazione difficile. Ma, sicuramente, da ripescare nel profondo del dolore.

venerdì 29 settembre 2006

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