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MicroMacroLink: cinema e realtà

Io non penso col profilattico

del Ladro di Biciclette

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Sono un uomo illustrato, il cui fascino sta nella sua stessa necessità di esistere. Abito un paesaggio saturo. Immagini di montagne innevate. Pioggia di paracaduti disegnati. E il grido quasi "ingoiato" dell'inquietante bellezza dell'arcobaleno che s'inarca nel cielo dopo la pioggia, come una maestosa scia di variopinta speranza. Una speranza insidiata dalle contraddizioni e dai rigurgiti dei profondi conflitti irrisolti, che paiono iscritti negli ambienti naturali e in quelli costruiti. Dalle infinite colline polverose, che nell'insieme paiono nascondere le cose, al suo mélange etnico. Un paesaggio impregnato dal peso di un certo passato, sotto il quale sono sempre in agguato il marchio e l'intolleranza.

La mia memoria è ancora ingannata dall'averti visto venire.
Ho usato tutti i miei cinque sensi per farti assaporare la carne viva. Oltre le barriere dell'anatomia e dell'educazione. Oltre il diritto di vedere in prima persona. Perché la nostra schiena, vista da dietro, è strega-in-potenza.

Mentre ti esploro, scopro e gusto la mia natura ammonitiva. Il non visibile è mostrabile solo nei suoi effetti, non nella sua essenza: è così per il vento, ed è così per la morte. Mi scopro gay. Mi faccio una canna. Sbircio i ragazzini che escono da scuola. Sei la riconciliazione invece della ferita aperta. Sei la pacca sulla spalla anziché il pugno nello stomaco. Il mio corpo da flaccido e goffo, in un sussulto vitalistico, si fa tonico e scattante. Non voglio più essere l'adulto malvissuto né il ragazzo disincantato impastato di caducità e tragica grandezza, di piccole illusioni e grandi delusioni.

Sono qui. Tra avere ed essere, tra la "roba" che mi cattura e la vita che mi sfugge. Tra la superficie, l'apparenza, e i vissuti profondi, i sentimenti segreti.

Sono quello che ho sempre voluto essere. Sono un regista. In una città pornografica. Totale di una donna completamente nuda viene fatta adagiare su una specie di altare. Campo più stretto su un'altra donna con l'ombelico squarciato, dal quale comincia a uscire un verme dotato di chele che scende verso la prima. Dettaglio del mostro, che si muove lento, cattivo e schifoso. Primo piano della faccia della donna sull'altare, non si sa se impaurita o ipnotizzata. A seguire altri dettagli anatomici. All'improvviso il vermone si innalza come un cobra e si fionda dentro il corpo della sventurata.

La verità è che il corpo mi ha sempre fatto paura e continua a farne.

Voglio essere un film. Un film sulla lentezza, sulla dispersività e sulla meraviglia. Coerente con me stesso. Non una minaccia mostruosa per i sogni tranquilli dell'umanità "globalizzata". Non solo i marziani sono come me, ma io derivo da loro. Sono un film che galleggia nel vuoto, ipnotico e avvolgente. Sono una storia quasi senza storia, che danza come gli smarties usati per visualizzare un modellino di dna, su un set che sembra costruito in assenza di gravità.

Sono un dipinto di arte astratta. Un concerto visivo per immagini e suoni.
Sono una maschera di pietra primitiva. Deserto rosso. Tempesta di sassi.

Inseguo un'idea di cinema. Danzo, volo, salto, perdo l'equilibrio, scivolo, galleggio, sbando, mi riprendo e ricomincio di nuovo. Ancora e sempre, come in un pianosequenza infinito che rimbalza di film in film, sperimentando tutti gli sguardi e le schiene possibili pur di non tradire la sostanza stessa di me: il mio non poter non essere comunque - e al contempo - che un "complesso di colpa" e una "missione impossibile".

Sono una donna. Che accanto alla "congenita" condizione di moglie, portando la dimensione femminile e domestica delle cose negli affari pubblici, svolge l'attività di astronauta tecnico/meccanico. Perché tutto si aggiusta e le differenze si riducono.

Un grazie particolare a Dustin e Stuart, secondo i quali ognuno ha in sé una parte maschile ed una femminile che coesistono, si amano e bramano di essere scoperte.

venerdì 9 giugno 2006

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