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Il temp(i)o dei sacrifici umani

di Enrica Papetti

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Il temp(i)o dei sacrifici umani

Chi non ha mai sognato nella sua vita di poter esplorare uno di quei templi abbandonati che solo a guardarli in fotografia ci fanno rizzare tutti i peli dalla paura? Da che mondo è mondo l'uomo è stato sempre un po' attratto, o meglio dire, affascinato dal pericolo ed il cinema ci ha messo del suo. E' uscito nelle sale cinematografiche italiane un nuovo e spaventoso horror "archeologico" dal titolo Rovine, tratto dall'omonimo romanzo di Scott Smith. La storia racconta di un gruppo di giovani americani che decide di fare una vacanza a Cancún, tempio della civiltà maya. Quello che doveva essere un soggiorno istruttivo e rilassante si trasforma, però, in un vero e proprio incubo, poiché tra le rovine del tempio nascoste nella giungla dello Yucatán si nasconde un pericolo terribile. Mille anni fa proprio in quella zona si facevano sacrifici umani... ed ora?

Le origini del rituale dei sacrifici umani si perdono nella notte dei tempi. Tutte le civiltà, infatti, hanno elaborato un proprio sistema di offerte alle divinità per ingraziarsele e far sì che la loro protezione fosse continua ed eterna.
Le cerimonie sacrificali si svolgevano in particolari occasioni, ad esempio durante le guerre o per propiziare un evento o un buon raccolto.
Nella civiltà azteca i sacrifici umani erano considerati una pratica per sanare gli squilibri del cosmo. La vittima saliva all'altare, passando attraverso un frastuono di canti e danze. I sacerdoti le conficcavano un pugnale di ossidiana nel petto, le strappavano il cuore ancora palpitante e lo sollevavano al cielo, mostrandolo al dio sole, perché, secondo le loro credenze, il sole pretendeva tale sacrificio per nascere tutti i giorni.
I sacrifici umani, solitamente, erano preceduti da lunghe cerimonie o da combattimenti rituali che avevano come protagonisti gli uomini migliori della società.

Nella civiltà inca, il rito del sacrificio umano diventava ancora, se vogliamo, più macabro e violento. La vittima veniva narcotizzata con la coca (che, secondo loro, serviva anche contro il mal di montagna) ed era costretta a bere la chica (una bevanda alcolica ottenuta dalla fermentazione del mais). Dopo ciò, la vittima (in molti casi erano bambini belli ed in perfetta salute, chiamati capacochas) veniva gettata, ancora viva, in una buca profonda circa un metro e mezzo insieme ad un ricco corredo di statuette ed altri oggetti preziosi.
Nella civiltà moche, invece, dopo il sacrificio, il sacerdote perforava il collo della vittima designata e, con un tubo fatto di osso o di metallo, raccoglieva il sangue per offrirlo agli dei in coppe cerimoniali.

I Maya avevano costruito una vera e propria struttura adibita ai sacrifici umani, il cosiddetto "Pozzo dei Sacrifici". Ad un cenno del sacerdote, molti esseri umani, tra cui uomini, donne e bambini, venivano gettati vivi all'interno del pozzo e con loro venivano fatti cadere anche oggetti, animali ed incenso allo scopo di propiziarsi le divinità. Considerata, quella del pozzo, per molto tempo una leggenda, ebbe invece un fondamento storico tra il 1904 ed il 1911 quando l'archeologo E. H. Thompson esplorò un pozzo e, nonostante le tecniche rudimentali dell'epoca, riuscì a riportare alla luce dalle acque fangose un enorme bottino fatto di piatti di rame, gioielli d'oro e di giada, maschere di turchese e sfere di copale.

Oggi come oggi, questi rituali ci sembrano distanti, forse troppo, ma se ci guardiamo bene intorno, ci rendiamo conto che, in realtà, non è proprio così.
Ci sono ancora, in Italia e nel mondo, troppe sette (quelle sataniche e non solo) che praticano sacrifici umani, drogando e stordendo le loro vittime... e non solo per far piacere alle proprie divinità!

martedì 8 luglio 2008

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